L’Europa è in trappola. Siria, una guerra Realpolitik che possiamo solo perdere.

Qualora ci fosse ancora qualcuno che crede alla volontà occidentale di liberare il popolo siriano dalla dittatura di Bashar Al-Assad, credo sia arrivato il momento definitivo di dire addio a televisioni e giornali. L’informazione ha fallito, la verità è stata uccisa e la società civile umiliata.

Non è certo possibile riassumere in un breve articolo tutti i giochi di potere e gli equilibri che pesano sullo scacchiere mediorientale, ma per capire quello che sto per spiegare è necessario introdurre due concetti fondamentali: realpolitik e proxy war.

In breve, Realpolitik indica un insieme di politiche basate su mere considerazioni pragmatiche e realiste, completamente svincolate da ideologie, etica e principi morali. Una Proxy War, invece, è un conflitto bellico istigato da grandi potenze mondiali senza un loro diretto coinvolgimento, al fine di tratte benefici di vario tipo. Questi due termini dovrebbero essere sufficienti per spiegare quanto sta accadendo in Siria.

Poco più di un anno fa M.A. Orenstein e G. Romer, professori dell’Università della Pennsylvania, scrissero un interessantissimo articolo spiegando come attualmente le vendite di gas da parte della Russia soddisfano circa un quarto del fabbisogno europeo. Si tratta ovviamente di una quantità molto ingente, che equivale a circa l’80% del gas prodotto dall’azienda pubblica con partecipazione del governo russo Gazprom. Viene da sé che il giro d’affari sia colossale. Questa dipendenza espone l’Europa ai potenziali ricatti del gigante euroasiatico (ricordate quando rischiammo di passare l’inverno al freddo per dispute tra Ucraina e Russia?) riducendo enormemente il nostro peso politico a livello internazionale.

Nel 2014 Obama aveva già raccomandato ai governi europei di fare di più per ridurre la dipendenza dal gas russo, di fatto anche aprendo alla possibilità futura di esportare in Europa gas americano ricavato tramite fracking. In questa direzione il Qatar, padrone di due terzi del petrolio dei giacimenti del golfo persico, aveva già nel 2009 proposto un piano per la creazione di un oleodotto che passasse attraverso Arabia Saudita e Giordania, entrambi alleati americani, Siria, storico alleato russo, e la spesso ambigua Turchia.

arabia-pipeline

Questa offerta fu declinata dal presidente siriano in virtù della fedeltà all’alleato russo; infatti, questo gli garantisce sicurezza e protezione grazie alla presenza di navi da guerra russe nel porto di Tartus, unico avamposto di Mosca nel mediterraneo. Vladimir Putin ha un chiaro interesse ad impedire la creazione di oleodotti che assicurino una fonte alternativa di gas per l’Europa visto il coinvolgimento della Gazprom: l’economia russa è fortemente dipendente dall’esportazione di gas naturale e l’aumento dell’offerta porterebbe ad un crollo dei prezzi. Tuttavia, egli non aveva esercitato pressioni sul presidente siriano quando questo nel 2011 si apprestava a siglare un accordo per la creazione di un oleodotto che passasse da Iran, Iraq e Siria. Sebbene la costruzione di quest’ultimo non sia ancora iniziata per via della guerra civile siriana, pare godesse del benestare di Putin in quanto la Russia è notoriamente in grado di esercitare pressione politica sull’Iran che, al contrario del Qatar, non ospita basi militari americane. Ed è per questo motivo che in futuro l’accordo sul nucleare con l’Iran potrebbe rivelarsi, in termini di politica geostrategica, il fiore all’occhiello dell’amministrazione Obama in quanto sbilancerebbe la sfera di influenza di Mosca.

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Vista l’importanza politica dell’approvvigionamento energetico, non è un caso che molte nazioni europee abbiano più o meno apertamente garantito il loro supporto ai ribelli siriani. Pare inoltre che queste formazioni, nonostante tra le loro fila compaiano organizzazioni jihadiste come il Fronte Al-Nusra, Ahrar al-Sham, Jaysh al-Islam e fino al 2014 e l’ISIS stesso (dal 3 gennaio 2014 in contrasto anche con le forze ribelli), tra il 2011 e il 2013 abbiano ricevuto tre miliardi di dollari di finanziamenti da parte del Qatar (e in minor parte dall’Arabia Saudita). La decisione di impegnarsi una proxy war è per la piccola nazione nel golfo persico di vitale importanza visto che, nonostante i suoi giacimenti siano tra i più grandi al mondo, al momento può esportare l’oro nero solo tramite l’utilizzo di petroliere. La costruzione di un oleodotto che pompi direttamente il petrolio qatariota fino all’Europa ridurrebbe drasticamente i costi e gli impedimenti logistici, trasformando il paese in una vera e propria potenza nella regione.

Per il futuro, resta da capire come la Turchia abbia deciso di posizionarsi in questo conflitto. Sebbene all’inizio sembrasse avere un grande interesse a spodestare Assad a causa del suo supporto al popolo curdo, è di oggi la notizia che Russia e Turchia sembrano avere finalmente raggiunto un accordo per un cessate il fuoco con i ribelli siriani. Nessuno si sarebbe aspettato un anno fa che i rapporti tra Putin e il presidente turco Erdogan avrebbero raggiunto questi livelli, visto l’astio reciproco nella prima fase del conflitto. Turchia e Russia, sebbene abbiano supportato fazioni opposte, si trovano essere sostenitori degli accordi di pace che si spera siano imminenti. Vista l’esperienza politica del presidente russo non è da escludere che egli abbia deciso di utilizzare la Turchia come un grimaldello che gli permetterebbe di spalancare le porte dell’Unione Europea. Infatti, Istanbul cerca da tempo di divenirne membro ed ora, essendo naturale crocevia dei due potenziali oleodotti provenienti dal golfo persico, potrebbe trovarsi a dettare le condizioni del suo ingresso in cambio di una stabilità nelle forniture petrolifere. Un’alleanza tra Russia e Turchia potrebbe assicurare alle due potenze un monopolio sulle forniture di gas all’Europa da nord e da sud-est e, grazie anche all’amicizia della Turchia con l’Azerbaijan (vedi conflitto Nagorno-Karabakh) esercitare un controllo sull’oleodotto Nabucco dal Mar Caspio.

Sebbene un conflitto armato nel cuore dell’Europa sembra impensabile è sicuramente preoccupante il fatto che leader come Angela Merkel invitino i propri cittadini a fare scorte di cibo e acqua in caso di attacco, come ai tempi della guerra fredda. Questo scenario si fa ancora più cupo se si pensa che governi di paesi che ripudiano la guerra come strumento di offesa (vedi Italia) spendano svariati miliardi per l’acquisto di aerei da attacco F35 che sarebbero inutili in tempo di pace. Sanno forse qualcosa che noi non sappiamo? Pare infatti che il Bel Paese abbia aumentato la sua spesa bellica del 21% negli ultimi 10 anni, giusto poco prima che si iniziasse a parlare di oleodotti in medioriente. Se si prende in considerazione la possibilità di trovarci costretti a dover usare per davvero questi armamenti, viene, per paradosso, quasi da sperare che si tratti invece della solita ruberia all’italiana.

Insomma, per concludere, ci troviamo di fronte ad un disgustoso capolavoro Realpolitik. Non importa quanti innocenti debbano morire purché un paese possa strappare gli approvvigionamenti energetici ad un competitore, o purché quest’ultimo possa mantenere il suo vantaggio strategico. Non sembra esserci via d’uscita da questa situazione e l’Europa, sempre divisa da interessi campanilistici, è nella trappola delle grandi potenze. Seppur senza voler essere catastrofista, non sembriamo avere via di fuga se non rivalutare l’importanza (e l’utilità) di quelle alleanze che dal ’45 ci perseguitano. In fondo, quando una cosa non funziona, la si cambia.

Non succede. Ma se succede, è meglio stare pronti.

Di Stefano Manganini

 

Photo Credits: http://www.carnegie-mec.org // http://www.news.com.au

 

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