Le responsabilità Tory nel rogo di Londra

Ancora non è stato ultimato il conto delle vittime del terribile rogo di Londra in cui molte persone hanno perso la vita e molte, tra cui due connazionali, sono ancora dispersi. Al momento, stando ai resoconti della BBC, i vigili del fuoco stanno utilizzando cani e droni per cercare superstiti nei piani piu alti dell’edificio, che sono ancora troppo instabili per potervi accedere con uomini e mezzi.

Sebbene non sia ancora del tutto chiara la dinamica dell’accaduto, pare che si tratti di una tragedia che poteva essere evitata e per cui qualcuno dovrà pagare. Almeno è questo il grido di disperazione dei residenti sopravvissuti al rogo e di tutta la popolazione tanto della zona circostante l’edificio quanto di tutta la capitale. “Certo, i soldi non riporteranno indietro un fratello morto, ma quanto può essere fatto con il denaro, deve assolutamente essere fatto” ha dichiarato Jolyon Maugham, l’avvocato britannico che si è offerto di iniziare a titolo gratuito una causa contro il governo per ottenere un risarcimento dignitoso per coloro che hanno perso tutto.

La prima ministra Theresa May, si è presentata ieri sul luogo dell’accaduto ed è stata ampiamente criticata per non avere acconsentito ad incontrare i sopravvissuti, cosa che invece ha fatto il leader laburista Jeremy Corbyn il cui consenso nei sondaggi è in costante crescita. La volontà è stata probabilmente quella di evitare ogni dimostrazione di dissenso pubblico che vede nelle politiche del suo partito la responsabilità dell’accaduto. Infatti i conservatori, notoriamente in passato proprietari terrieri e ora investitori immobiliari, da sempre promuovono la liberalizzazione più totale del mercato degli affitti e delle costruzioni, cercando di ridurre il più possibile i vincoli per assicurare l’abitabilità e la sicurezza delle proprietà al fine di ridurre i costi per i costruttori.

L’edificio era stato sottoposto ad un rimodernamento costato 8,7 milioni di sterline per mettere in sicurezza gli appartamenti, ma pare che in proporzione si sia speso di più per ricoprire l’esterno dell’edificio con materiali di rivestimento dalle dubbie qualità ignifughe, al solo fine di rendere più gradevole l’aspetto esterno di un palazzo vecchio e abitato dalla fasce più deboli della popolazione. Si trattava infatti di un edificio in buona parte dedicato al “social housing”, concetto simile alle nostre case popolari, la cui estetica degradata andava ad influire negativamente sull’appetibilità dell’area e sul valore delle ricche e sontuose proprietà circostanti.

Brandon Lewis, ex-ministro conservatore responsabile delle misure di prevenzione degli incendi ora ministro dell’immigrazione, aveva rifiutato di inserire nel decreto di legislazione per la messa in sicurezza degli edifici la necessità di installare irrigatori antincendio in quanto questo avrebbe fatto lievitare i costi per i costruttori, notoriamente in ottimi rapporti con i governi Tory. Secondo gli esperti questa misura di sicurezza non avrebbe impedito all’edificio di bruciare, visto che il fuoco si è diffuso tramite il rivestimento esterno dell’edificio, ma avrebbe garantito la praticabilità dell’unica scala dell’edificio (altra anomalia costruttiva per un edificio di 24 piani) e avrebbe contribuito a salvare molte vite. Inoltre, Jacob Rees-Moog, parlamentare conservatore fervente pro-Brexit e investitore immobiliare, da tempo spinge per cancellare le normative che richiedano l’installazione di allarmi antincendio nelle abitazioni e di eliminare ogni vincolo legale per garantire l’abitabilità degli edifici.

In vista di questo disastro molti elettori tradizionalmente conservatori stanno esprimendo il loro dissenso e disapprovazione per l’attuale governo e minacciano di spostare il loro voto altrove se non verrano prese misure giuste nei confronti dei responsabili. Perfino la Gran Bretagna, paese che ha dato i natali ad Adam Smith, si sta indignando di fronte a tanta avidità.

La Madre Superiora nella Casa di Playboy, così crollano i resti dell’Impero Britannico

“La madre superiora nella casa di Playboy”. Così l’Economist definisce l’incontro che si dovrebbe tenere oggi 27 gennaio alla casa bianca tra il nuovo presidente americano Donald Trump e la prima ministra britannica Theresa May. Difficile prevedere il risultato visto che i due leader non potrebbero essere caratterialmente l’uno più diverso dall’altro. Da una parte l’esuberante miliardario americano e dall’altra la sobria e meticolosa prima ministra britannica che, sebbene non abbia mai mostrato una particolare simpatia per il primo, ne ha ora bisogno per portare avanti l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Trump, infatti, sembra l’unico personaggio influente sullo scenario mondiale ad esserle rimasto amico nell’arduo cammino sulla via della Brexit.
Tuttavia, la May in una intervista tv del 22 gennaio si è trovata in imbarazzo quando le sono state poste questioni riguardanti le posizioni del neopresidente americano in materia di NATO, protezionismo e sui suoi comportamenti nei confronti del gentil sesso. Se le uscite di Trump non suscitano nemmeno più ilarità vista la carica che ricopre, ogni affermazione della seconda sembra avere il potere di affossare ulteriormente la sterlina.

Il miliardario americano da mesi assicura che la stesura di un accordo commerciale tra Stati uniti e Gran Bretagna sarebbe cosa di pochi mesi ma, ovviamente, si astiene dal fornire maggiori dettagli in base al come e al quando. Nonostante i sorrisi di Trump e il recente discorso della May è al momento difficile capire come la Gran Bretagna si aspetti di stipulare accordi favorevoli tanto con gli Stati Uniti quanto con l’Unione Europea. I due paesi sono infatti rispettivamente mercati da 300 e 500 milioni di persone ed è quindi difficile credere che un Regno Unito isolato e dipendente da un Commonwealth allo sfascio, sia in grado di imporsi oltreoceano e oltremanica. E’ naturale infatti che le economie più grandi abbiano maggiore potere nel definire i termini di un accordo commerciale.

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Da notare, inoltre, che il peso specifico della Gran Bretagna tra i paesi del Commonwealth è stato profondamente ridimensionato, sia a livello politico che economico, dall’ascesa di paesi come l’India, Sud Africa e Canada, anch’essi membri dell’organizzazione. Quella che era la nazione colonizzatrice per eccellenza si troverebbe ora ad essere percepita, nel migliore dei casi, alla pari degli altri membri rendendo impossibile ogni atto di forza politica.

Sembra che i sudditi di sua maestà stiano creando il vuoto intorno a loro stessi nel tentativo disperato di ristabilire quell’antico prestigio che non sembrano voler accettare di avere perso. Questa strategia è però un gioco estremamente pericoloso vista la totale dipendenza da Trump e dai suoi Stati Uniti d’America isolazionisti che, in ogni momento, potrebbero scaricare lo storico alleato britannico qualora quest’ultimo non si decidesse ad accettare le condizioni imposte dalla Casa Bianca. Insomma, quella Brexit che sarebbe dovuta servire a riprendere il controllo sul proprio paese sembra avere avuto l’effetto di lasciare ai politici britannici solo l’opzione di prostrarsi all’alleato americano.

Suonano fuori luogo le parole di Theresa May quando minaccia di volere dare un taglio alle relazioni tra Gran Bretagna e l’Intelligence americana dopo che questa, è notizia di oggi, sembra avere ricevuto dal presidente americano il nulla osta per la riapertura i Black Sites – strutture di detenzione (e tortura) per i sospettati di terrorismo. Una manovra di questo tipo corrisponderebbe all’isolamento quasi totale del paese.

C’è molta confusione nel Regno Unito e forse è arrivato il momento che i britannici si rendano conto che, usando le parole di Doris Lessing, un tempo “l’idea che l’Impero Britannico potesse finire era assolutamente inconcepibile. Eppure è scomparso, come tutti gli altri imperi”. Ora il nostro impero è l’Europa stessa che, pur con tutti i suoi difetti, faremmo meglio a tenerci stretta.

Theresa May e il Grande Bluff

Non credetemi. Sicuramente sbaglio. Oltremanica, si sa, i magheggi di palazzo non sono all’ordine del giorno ma sono anzi spesso visti con disprezzo tanto dall’opinione pubblica quanto dalla corona. La grande tradizione democratica del paese implicitamente impedisce di avere qualsiasi sospetto, ma sono sicuro di non essere l’unico ad avere pensato al seguente scenario: e se il recente discorso di Theresa May fosse una grande farsa per far fallire la Brexit e permettere al partito conservatore di assicurarsi la supremazia più totale alle prossime elezioni?

Già più di tre mesi fa, stando alle informazioni trapelate e pubblicate dal Guardian, la prima ministra aveva espresso a ufficiali della Goldman Sachs le sue preoccupazioni riguardo l’uscita del Regno Unito dal mercato unico. Sebbene intenzionata a mettere un freno all’immigrazione, sembrava essersi avviata verso una soft-Brexit al fine di cercare di mantenere in qualche modo quella stabilità economica che l’Unione Europea assicura. Voleva tentare di rimanere nel mercato unico e allo stesso tempo assicurarsi un controllo nazionale sui flussi migratori intercomunitari. Idea a cui i leader europei hanno subito risposto picche in quanto l’accesso al mercato unico è possibile solo ove si accettino tutti i quattro pilastri fondamentali dell’UE, tra cui la libera circolazione delle persone.

Tuttavia, questo rifiuto da parte dell’Europa non implicava la necessità di proporre direttamente un’uscita dura e netta dall’Unione, che è destabilizzante tanto per l’Europa quanto per il Regno Unito. Una scelta bizzarra se si considera la storica capacità di negoziazione britannica in materia di relazioni internazionali ed il loro peso politico ed economico. Essi avrebbero potuto farsi valere in altri modi e adottare un approccio più morbido sulla questione ma hanno deciso di non farlo. Perché? Pare inverosimile l’ipotesi del fallo di reazione nei confronti dei leader europei che hanno snobbato le proposte della signora May. C’è sicuramente del metodo nella follia.

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Immaginiamo per un momento che il governo abbia preso atto del fatto che l’elettorato britannico, dopo aver votato su una questione così importante, si sia reso conto di aver fondato la propria opinione su un’ infinità di bugie portate avanti dal fronte Leave. Immaginiamo che ci sia stato un grosso cambio di opinione di massa ed ora, come riporta l’Independent, i sostenitori del fronte Stay siano la maggioranza. Immaginiamo che la Scozia voglia indire un nuovo referendum per la sua indipendenza al fine di abbandonare il Regno Unito e rimanere in UE. Immaginiamo anche che i politici che hanno supportato la Brexit solo per assicurarsi visibilità e un posto in parlamento nelle prossime elezioni si siano resi conto dell’errore. Come uscirne ora? Semplice, hard-Brexit.

Ogni modesto giocatore di poker sa perfettamente che l’unico modo per uscire da un bluff è rilanciare sempre più in alto. Dopo aver chiarito che l’articolo 50 può essere innescato solo tramite approvazione del parlamento e non per prerogativa reale, la prima ministra ha deciso di volersi avviare verso una hard-Brexit, sgradita tanto al parlamento quanto alla maggioranza del pubblico. La May ha anche aumentato la posta in palio tramite la velata minaccia di potere trasformare il Regno Unito in una sorta di paradiso low-tax per potere competere con l’UE in una potenziale guerra commerciale. Questo ha ovviamente provocato la reazione furiosa del fragile partito laburista che guarda con sospetto ogni mossa dei conservatori mirata a spostare il paese verso la deregolamentazione del mercato del lavoro e dell’economia. Il malcontento è però percepibile anche tra i conservatori stessi e i numeri ci sono perché un’inusuale alleanza tra questi e i laburisti di Corbyn NON approvi in parlamento l’uscita dall’UE. Qualora questo accadesse la May e i supporter del fronte Leave potrebbero gridare al complotto, accusare l’establishment (tanto per cambiare) e assicurarsi percentuali bulgare alle prossime elezioni, grazie anche al supporto del pubblico laburista anti-UE che si sentirebbe tradito dal proprio partito. Insomma ne uscirebbero vincitori.

Probabilmente troppo machiavellico per il paese di Sua Maestà, ma negli ultimi anni la politica ci ha reso avvezzi agli scenari più inverosimili. Non succede, ma se succede…