M5s, la dittatura della democrazia e il principio di incompetenza

È innegabile che negli ultimi anni molti della mia generazione (e non) abbiano subito il fascino rivoluzionario del Movimento 5 stelle e, almeno a tratti, pensato di votarli. In fondo il loro programma è in larghissima parte la risposta ponderata e civilizzata a quanto noi nati durante la rivoluzione tecnologica vediamo di sbagliato nello status quo. Il libero accesso all’informazione non mediata da TV sotto controllo statale e/o imprenditoriale ci ha aperto gli occhi su decenni di mala politica e, di conseguenza, ha provocato un rigetto di tutto quanto è figlio di quel passato ideologico così anacronistico.

Tuttavia, quando mi chiedo se sarei mai in grado di sostenerli, mi rendo conto che sono antitetico a loro per uno dei concetti fondamentali: la concezione del ruolo del politico nella società. Il motto “uno vale uno” sembra essere una pericolosissima meraviglia propagandistica che mette il Movimento nella scomoda posizione di dovere accettare che la classe politica sia espressione della pancia del paese e non della sua elite. Sarà snobbismo culturale il politico non dovrebbe essere primus inter pares ma, a vari livelli, deve rappresentare l’eccellenza tanto per formazione quanto per meriti. Non sbaglia Vittorio Sgarbi quando citando Benedetto Croce dice che “il politico onesto è il politico capace” anche se nella sua interpretazione pare troppo spesso che le due cose debbano per loro natura essere in contrasto.

Il rischio è quello di cadere ancora più rapidamente nella trappola del principio di incompetenza elaborato dallo psicologo canadese Laurence Peter, secondo cui “in una gerarchia ogni dipendente tende a salire di grado fino al proprio livello di incompetenza”. In altre parole, un individuo che sia un eccellente impiegato delle poste grazie al duro lavoro potrebbe essere promosso, diventare un buon capoufficio e, con ancor più duro lavoro un mediocre dirigente provinciale. Purtroppo però, lì si fermerebbe la sua carriera per sovvenuta mancanza di qualità per avanzare ulteriormente con la coscienza di poter essere migliore come capo ufficio che come dirigente provinciale. Triste, ma così gira il mondo. Se applichiamo lo stesso principio alla politica vediamo che la gerarchia politica all’interno di un partito e il periodo di “gavetta” istituzionale fanno (o dovrebbero fare) da filtro per tutelare la qualità dei rappresentanti dello stato. Nel momento in cui un qualsiasi cittadino iscritto al Movimento può partecipare a elezioni online e, se vincente, candidarsi per un ruolo istituzionale allora c’è il rischio di un drastico abbassamento della qualità della classe dirigente 5 stelle. Questo processo di selezione infatti non prevede filtro tra chi vuole fare fare e chi sa fare, dando la possibilità di salire al potere a individui che potrebbero già avere raggiunto il loro “livello di incompetenza”.

La figura paternalistico-dittatoriale di Grillo è l’unica garanzia di qualità che il Movimento può effettivamente mettere in campo per evitare che la natura influenzabile degli iscritti, e del popolo in generale, sfoci nella selezione a plebiscito di candidati inadeguati che, seppur amati ed onestissimi, non hanno le competenze necessarie per progredire dalla loro posizione ad un ruolo politico. Il problema vero sta nel fatto che il comico genovese è l’unico ad avere abbastanza peso politico e carattere per poter scremare l’aspirante classe politica pentastellata, ma, visto che gli anni passano per tutti, è un ruolo che in futuro dovrà a sua volta essere adottato da una sorta di moderno Politburo. Come fu per Forza Italia, la dittatura interna sembra essere l’unico mezzo per mantenere una compostezza strutturale e garantire onestà e qualità nell’espressione dell’attività politica. Sebbene questo dispotismo faccia a pugni con i moderni valori democratici, si è dimostrato efficace per divenire la prima forza politica italiana. Insomma pare che in risposta alle dita puntate i 5 stelle intendano dire parafrasando il Subcomandante Marcos “ci scusiamo per gli inconvenienti, ma questa è una rivoluzione”.

E se Trump fosse l’uomo della provvidenza per Siria e Medio Oriente?

La fine della guerra potrebbe spostare gli equilibri a sfavore dell’Europa

Se due mesi fa qualcuno mi avesse detto che un giorno avrei guardato quasi di buon occhio la presidenza Trump sarei sicuramente scoppiato a ridere di gusto. Attenzione, ci tengo a precisare, ho detto quasi. Sicuramente si tratta di un viscido, misogino, razzista, ignorante, fraudolento milionario che, grazie al suo peso mediatico, è stato in grado di risvegliare con altisonanti promesse elettorali gli istinti più bassi di quella fascia meno educata del paese. E lui questo lo sa bene. Ma l’importante era andare al potere.

Lui sa perfettamente che buona parte del suo programma elettorale è irrealizzabile, sa di essersi attirato le antipatie di tutto il mondo moderato e, probabilmente, sa anche di non avere la piu pallida idea di come si governi una nazione. Ma a lui questo non interessa. Lui è solo un volto noto da sbattere in televisione a fare propaganda vista la sua esperienza sul piccolo schermo, la sua abilità nel uscire illeso dagli scandali e la faccia tosta di rispondere con un sorriso spavaldo alle accuse più gravi. Saranno altri a governare per lui ma ci sarà la sua firma sugli atti ufficiali. In fondo anche Barack Obama, che ha studiato legge, è finito ad occuparsi di politica estera senza capirne molto e spesso creando situazioni spiacevoli.

È di oggi la notizia che il presidente americano uscente avrebbe cacciato trentacinque diplomatici russi dagli Stati Uniti e stia preparando altre sanzioni, segrete e non, in risposta al presunto hackeraggio delle elezioni americane da parte di Mosca. Il Cremlino ha inizialmente controbattuto dando ordine di espellere trentacinque rappresentanti americani in concordanza con “principio di reciprocità” nelle relazioni internazionali, ma lo ha poi ritirato dichiarando di non volersi abbassare a questo livello di “diplomazia da cucina“. Mossa tanto inattesa quanto di sublime efficacia dal punto di vista dell’immagine del presidente russo Vladimir Putin, che ora si presenta agli occhi del mondo come unico leader in grado di gestire con responsabilità complesse situazioni internazionali.

la-na-obama-russia-sanctions-20161229

Noi comuni mortali non abbiamo accesso all’intelligence inerente l’hackeraggio quindi ci troviamo costretti a  prendere per buone le accuse di Obama. In fondo gli Stati Uniti sono da sempre i più grandi esperti nel corrompere i risultati di elezioni democratiche in altri paesi. Quindi ipse dixit.

Sebbene la prima domanda sia com’è possibile che nessuno se ne sia accorto accorto prima, la seconda è sicuramente che interesse avrebbe il Cremlino ad alterare il risultato di elezioni democratiche negli Stati Uniti? Viene certo difficile immaginare che Vladimir Putin voglia insediare a Washington un governo fantoccio presieduto dal miliardario Donald Trump. Sarebbe uno smacco incredibile visto che anche in questo gli americani sembrano avere un esperienza non indifferente. L’allievo avrebbe chiaramente superato il maestro.

Come spiego in un altro articolo è ormai evidente che gli interessi europei e statunitensi sono diametralmente opposti a quelli russi per quanto riguarda il conflitto siriano. Vista la necessità europea di diversificare le fonti energetiche, se la Russia, tramite il suo supporto militare ad Assad, riuscisse ad impedire la costruzione dell’oleodotto Qatar-Iraq-Siria si sarebbe assicurata il monopolio sulle forniture a Bruxelles. Gli Stati Uniti, che sembrano ormai aver perso il potere di dettare le regole in Medio Oriente, temono quest’opzione poiché a quel punto l’Europa non avrebbe più interesse a sottostare ai ricatti politici americani affidandosi totalmente a Mosca tanto per le forniture energetiche quanto, potenzialmente, per la protezione militare.

syrian-civil-war-getty.jpg

Trump, che è uomo di business, non teme quest’opzione vista la sua strategia isolazionista. Sembra infatti aver capito che conviene tanto ai russi quanto agli amercani fermare la sanguinosa guerra in Siria e scendere a patti con Vladimir Putin, al fine di assicurarsi una fruttifera collaborazione con Mosca per quanto riguarda le forniture all’Europa.

Il neoeletto presidente sa che la strategia americana di dominio sul Medio Oriente è pericolosissima e destinata a fallire visti gli enormi interessi di Russia e Cina nell’area. Non è un caso infatti che egli abbia di recente cercato di prendere le distanze dalla NATO avendo preso atto dell’incapacità europea di imporre un hard-power (esercito) credibile e l’impossibilità di fare affidamento sul tradizionale soft-power (potere economico) vista la dipendenza energetica dall’oriente.

La strategia Clinton-Obama di proteggere gli insorti siriani per instaurare un governo amico sembra avere fallito tanto da un punto di vista pratico che formale. Aveva ragione Trump (insieme alla maggior parte dei leader mondiali) quando disse che l’idea della signora Clinton di creare una no-fly zone in un territorio sotto il controllo di Assad e pattugliato da aerei russi era follia pura. Il tentativo, chiaramente mirato a proteggere le truppe di terra dei ribelli che non hanno velivoli aerei, avrebbe de facto garantito la possibilita agli americani di abbattere aerei russi e siriani causando una pericolosissima escalation.

or-37468

Insomma probabilmente sarà Trump a porre fine ai massacri in Medio Oriente in virtù del suo spirito isolazionista. Tuttavia, per quanto ci riguarda, è tempo che l’Europa si svegli e faccia una mossa per prevenire la sua sopraffazione visto il potenziale indebolimento del contesto NATO. I leader del vecchio continente si trovano davanti alla scelta di stringere alleanze con Mosca (opzione non gradita ai paesi ex-sovietici) oppure finalmente trasformarsi una potenza di hard-power con la creazione di un esercito europeo credibile che possa fungere da deterrente per ogni tentativo di esercitare pressione ai suoi confini. Quest’ultima possibilità non implica il coinvolgimento in nessuna guerra, come molti temono, ma anzi la possibilità di creare proprie sfere di influenza al di fuori della NATO e al tempo stesso scoraggiare mire imperialistiche da oriente e da occidente. Questa possibilità non è più da escludere visto il cambio di rotta dettato da Trump e l’uscita della Gran Bretagna dall’EU, principali oppositori delle creazione di un esercito europeo.

Non è più saggio comportarsi da agnellini in un mondo di lupi. È un’occasione da non perdere.

L’Europa è in trappola. Siria, una guerra Realpolitik che possiamo solo perdere.

Qualora ci fosse ancora qualcuno che crede alla volontà occidentale di liberare il popolo siriano dalla dittatura di Bashar Al-Assad, credo sia arrivato il momento definitivo di dire addio a televisioni e giornali. L’informazione ha fallito, la verità è stata uccisa e la società civile umiliata.

Non è certo possibile riassumere in un breve articolo tutti i giochi di potere e gli equilibri che pesano sullo scacchiere mediorientale, ma per capire quello che sto per spiegare è necessario introdurre due concetti fondamentali: realpolitik e proxy war.

In breve, Realpolitik indica un insieme di politiche basate su mere considerazioni pragmatiche e realiste, completamente svincolate da ideologie, etica e principi morali. Una Proxy War, invece, è un conflitto bellico istigato da grandi potenze mondiali senza un loro diretto coinvolgimento, al fine di tratte benefici di vario tipo. Questi due termini dovrebbero essere sufficienti per spiegare quanto sta accadendo in Siria.

Poco più di un anno fa M.A. Orenstein e G. Romer, professori dell’Università della Pennsylvania, scrissero un interessantissimo articolo spiegando come attualmente le vendite di gas da parte della Russia soddisfano circa un quarto del fabbisogno europeo. Si tratta ovviamente di una quantità molto ingente, che equivale a circa l’80% del gas prodotto dall’azienda pubblica con partecipazione del governo russo Gazprom. Viene da sé che il giro d’affari sia colossale. Questa dipendenza espone l’Europa ai potenziali ricatti del gigante euroasiatico (ricordate quando rischiammo di passare l’inverno al freddo per dispute tra Ucraina e Russia?) riducendo enormemente il nostro peso politico a livello internazionale.

Nel 2014 Obama aveva già raccomandato ai governi europei di fare di più per ridurre la dipendenza dal gas russo, di fatto anche aprendo alla possibilità futura di esportare in Europa gas americano ricavato tramite fracking. In questa direzione il Qatar, padrone di due terzi del petrolio dei giacimenti del golfo persico, aveva già nel 2009 proposto un piano per la creazione di un oleodotto che passasse attraverso Arabia Saudita e Giordania, entrambi alleati americani, Siria, storico alleato russo, e la spesso ambigua Turchia.

arabia-pipeline

Questa offerta fu declinata dal presidente siriano in virtù della fedeltà all’alleato russo; infatti, questo gli garantisce sicurezza e protezione grazie alla presenza di navi da guerra russe nel porto di Tartus, unico avamposto di Mosca nel mediterraneo. Vladimir Putin ha un chiaro interesse ad impedire la creazione di oleodotti che assicurino una fonte alternativa di gas per l’Europa visto il coinvolgimento della Gazprom: l’economia russa è fortemente dipendente dall’esportazione di gas naturale e l’aumento dell’offerta porterebbe ad un crollo dei prezzi. Tuttavia, egli non aveva esercitato pressioni sul presidente siriano quando questo nel 2011 si apprestava a siglare un accordo per la creazione di un oleodotto che passasse da Iran, Iraq e Siria. Sebbene la costruzione di quest’ultimo non sia ancora iniziata per via della guerra civile siriana, pare godesse del benestare di Putin in quanto la Russia è notoriamente in grado di esercitare pressione politica sull’Iran che, al contrario del Qatar, non ospita basi militari americane. Ed è per questo motivo che in futuro l’accordo sul nucleare con l’Iran potrebbe rivelarsi, in termini di politica geostrategica, il fiore all’occhiello dell’amministrazione Obama in quanto sbilancerebbe la sfera di influenza di Mosca.

iran-pipeline

Vista l’importanza politica dell’approvvigionamento energetico, non è un caso che molte nazioni europee abbiano più o meno apertamente garantito il loro supporto ai ribelli siriani. Pare inoltre che queste formazioni, nonostante tra le loro fila compaiano organizzazioni jihadiste come il Fronte Al-Nusra, Ahrar al-Sham, Jaysh al-Islam e fino al 2014 e l’ISIS stesso (dal 3 gennaio 2014 in contrasto anche con le forze ribelli), tra il 2011 e il 2013 abbiano ricevuto tre miliardi di dollari di finanziamenti da parte del Qatar (e in minor parte dall’Arabia Saudita). La decisione di impegnarsi una proxy war è per la piccola nazione nel golfo persico di vitale importanza visto che, nonostante i suoi giacimenti siano tra i più grandi al mondo, al momento può esportare l’oro nero solo tramite l’utilizzo di petroliere. La costruzione di un oleodotto che pompi direttamente il petrolio qatariota fino all’Europa ridurrebbe drasticamente i costi e gli impedimenti logistici, trasformando il paese in una vera e propria potenza nella regione.

Per il futuro, resta da capire come la Turchia abbia deciso di posizionarsi in questo conflitto. Sebbene all’inizio sembrasse avere un grande interesse a spodestare Assad a causa del suo supporto al popolo curdo, è di oggi la notizia che Russia e Turchia sembrano avere finalmente raggiunto un accordo per un cessate il fuoco con i ribelli siriani. Nessuno si sarebbe aspettato un anno fa che i rapporti tra Putin e il presidente turco Erdogan avrebbero raggiunto questi livelli, visto l’astio reciproco nella prima fase del conflitto. Turchia e Russia, sebbene abbiano supportato fazioni opposte, si trovano essere sostenitori degli accordi di pace che si spera siano imminenti. Vista l’esperienza politica del presidente russo non è da escludere che egli abbia deciso di utilizzare la Turchia come un grimaldello che gli permetterebbe di spalancare le porte dell’Unione Europea. Infatti, Istanbul cerca da tempo di divenirne membro ed ora, essendo naturale crocevia dei due potenziali oleodotti provenienti dal golfo persico, potrebbe trovarsi a dettare le condizioni del suo ingresso in cambio di una stabilità nelle forniture petrolifere. Un’alleanza tra Russia e Turchia potrebbe assicurare alle due potenze un monopolio sulle forniture di gas all’Europa da nord e da sud-est e, grazie anche all’amicizia della Turchia con l’Azerbaijan (vedi conflitto Nagorno-Karabakh) esercitare un controllo sull’oleodotto Nabucco dal Mar Caspio.

Sebbene un conflitto armato nel cuore dell’Europa sembra impensabile è sicuramente preoccupante il fatto che leader come Angela Merkel invitino i propri cittadini a fare scorte di cibo e acqua in caso di attacco, come ai tempi della guerra fredda. Questo scenario si fa ancora più cupo se si pensa che governi di paesi che ripudiano la guerra come strumento di offesa (vedi Italia) spendano svariati miliardi per l’acquisto di aerei da attacco F35 che sarebbero inutili in tempo di pace. Sanno forse qualcosa che noi non sappiamo? Pare infatti che il Bel Paese abbia aumentato la sua spesa bellica del 21% negli ultimi 10 anni, giusto poco prima che si iniziasse a parlare di oleodotti in medioriente. Se si prende in considerazione la possibilità di trovarci costretti a dover usare per davvero questi armamenti, viene, per paradosso, quasi da sperare che si tratti invece della solita ruberia all’italiana.

Insomma, per concludere, ci troviamo di fronte ad un disgustoso capolavoro Realpolitik. Non importa quanti innocenti debbano morire purché un paese possa strappare gli approvvigionamenti energetici ad un competitore, o purché quest’ultimo possa mantenere il suo vantaggio strategico. Non sembra esserci via d’uscita da questa situazione e l’Europa, sempre divisa da interessi campanilistici, è nella trappola delle grandi potenze. Seppur senza voler essere catastrofista, non sembriamo avere via di fuga se non rivalutare l’importanza (e l’utilità) di quelle alleanze che dal ’45 ci perseguitano. In fondo, quando una cosa non funziona, la si cambia.

Non succede. Ma se succede, è meglio stare pronti.

Di Stefano Manganini

 

Photo Credits: http://www.carnegie-mec.org // http://www.news.com.au

 

Condivide et impera – Social Network, post verità e content creation. Siamo tutti Napalm 51

Ormai l’elefante nella stanza che fino a ora abbiamo cercato di ignorare è diventato così grosso che è ridicolo fare finta di non vederlo. Di tutto quanto è stato detto sulla Brexit, sulle elezioni in America e sul referendum in Italia solo pochi hanno colto il lato che più dovremmo temere: la tacita e implicita accettazione di quello che gli anglofoni chiamano post-truth (post-verità).

Con questo termine si intende non ciò che viene “dopo la verità” in senso cronologico, ma il superamento della verità e del suo valore fino al punto di determinarne la perdita di importanza. I fatti sono ridotti a essere una pericolosissima appendice putrescente che può minare la verosimiglianza del messaggio, provato o meno, che vogliamo trasmettere. Non importa che quanto è detto sia vero, l’importante è che se ne parli. E’ Andy Warhol. Tutto è il contrario di tutto. E’ Marcel Duchamp.

Il processo di content creation può essere definito come la creazione di contributi che serviranno per mantenere e supportare mezzi di comunicazione per lo più digitali (siti web, blog, social media, ecc.) o per nuove tecniche pubblicitarie quale il viral marketing. Ogni volta che un utente apre un articolo di blog inconsciamente genera guadagni per qualcuno grazie alla pubblicità in esso contenuta. E fin qui nulla di male. Tuttavia, scavando un po’ più in profondità, scopriremo che una delle regole di base della content creation spiega che gli utenti sono più inclini a condividere articoli e informazioni i cui titoli suscitano emozioni quali rabbia o paura per i propri cari. Tristemente, ne deduciamo che è sufficiente un articolo titolato I terremotati nelle tende e i clandestini negli hotel oppure La marijuana cura il cancro per convincere alcuni a condividere questi articoli senza avere neanche pensato a verificare la correttezza dell’informazione. Scagli la prima pietra chi non ha mai visto nulla di simile condiviso sui social media di amici.

E’ interessantissimo l’esperimento sociale (in realtà pesce d’aprile) condotto dall’organizzazione no-profit americana di radio libere Npr: dopo avere postato sulla loro pagina Facebook un articolo titolato Perché l’America non legge più?, hanno ricevuto una miriade di commenti, ma ben pochi si sono resi conto che il testo dell’articolo non aveva nulla a che fare con quanto indicato dal titolo. Come in molti altri casi gli utenti non hanno letto l’articolo ma si sono fermati alla copertina riuscendo a estrapolare un’informazione frammentaria, senza fondamento e, soprattutto, senza che questa sia stata provata. Anzi, si sono spinti oltre, si sono permessi di commentare senza avere letto.

Se estendiamo questo principio notiamo che l’informazione superficiale può generare mostruosità che troppo spesso sono la causa scatenante della rabbia, xenofobia e odio dei più disinformati. La fame di like, l’anonimato e il sopracitato ritorno economico rendono vana ogni possibilità di imporre una qualsiasi etica sul processo di content creation. Se ogni creator male informato (o in malafede) ha la possibilità di divenire fonte d’informazione, la cui circolazione sarà commisurata ai guadagni, allora siamo destinati all’incapacità di discernere tra quanto è vero e quanto è falso come nelle peggiori dittature di stampo orwelliano.

E come se tutto questo non bastasse, un’altra regola della content creation (o viral marketing in questo caso) vuole che quante più persone condividono un contenuto, quanto più un utente è portato a fare lo stesso. Insomma, quel maledetto tasto “condividi”, per dirla con Umberto Eco, da “voce a legioni di imbecilli” e noi continuiamo a fingere che si tratti solo di un fenomeno innocuo.

Fino a quando continueremo a credere che si tratti di un problema che affligge solo personaggi alla Napalm 51 di Crozza sarà il nostro intelletto a uscire sconfitto dal mondo dei social media e dall’informazione lasciata nelle mani dei content creator. Il sonno della ragione sta generando mostri e noi ce ne renderemo conto solo quando sarà troppo tardi. Kondividi anke tu se sei indignato.

Di Stefano Manganini

Caro Ministro Poletti, il suo sogno americano è padre del mio esilio volontario

Scuole elementari, medie e superiori perché si deve. Università perché si può e per fare felici mamma e papà. Master, perché hai fatto trenta ed ora fai trentuno. Ventotto anni ed una stanza in affitto nell’east end di Londra. Da sei anni vivo in Inghilterra ed ho un lavoro che mi permette di avere uno stile di vita più che decente, togliermi qualche sfizio e, quando sarà il momento, farmi una famiglia. D’un tratto mi chiedo se il ministro Poletti parlasse di me quando ha detto: “conosco gente che è andata via e che è bene che stia dove è andata, perché sicuramente questo Paese non soffrirà a non averli più fra i piedi”.

Confesso di essermela presa quando ho letto la notizia ma mi sono subito calmato quando ho pensato: “chi è il ministro Poletti?”. Che in fondo è stata la risposta da grande statista data dal nostro ex-premier alle critiche mossegli da Stefano FassinaIpse dixit.

Forse vivo da troppo all’estero per conoscere a fondo il ministro quindi, per curiosità, decido di fare delle ricerche su di lui e, con grande stupore, apprendo che con un titolo di perito agrario è diventato Ministro del lavoro e delle politiche sociali. Sembra impossibile ma è così. L’apoteosi del sogno americano.

Collego mentalmente la frase del ministro Poletti alle recenti vicende legate alla signora Valeria Fedeli e in un lampo ricordo esattamente il motivo per cui me ne sono andato dall’Italia. Le ragioni della fuga di noi giovani dal Bel Paese sono svariate ma io ho la mia: io me ne sono andato perché in Italia un soggetto con buone amicizie può fare carriera fino ad arrivare a essere a capo di ministeri importanti senza alcuna conoscenza specifica del settore. Un paese che affida posti di potere a chi non ha capacità per gestirli sicuramente non trasmette fiducia nel futuro ai giovani di belle speranze.

Badate bene, non ho nessun problema col fatto che il ministro Poletti non sia laureato ma mi viene spontaneo domandarmi se un ministro della cosa pubblica possa arrogarsi il diritto di giudicare la scelta di migliaia di giovani che hanno preferito lavare piatti in qualche città’ europea piuttosto che campare di stenti nel loro paese. Come può un ministro giudicare la scelta di un giovane di sottrarsi all’essere pagato con dei voucher? Come può un ministro non capire che sono loro i responsabili della nostra fuga? Come può un ministro non capire che ne siamo andati perché eravamo stanchi di una classe politica che ci vedeva come un impedimento? Ma soprattutto, come può un ministro italiano decidere quali italiani meritino di stare in patria e quali altri starebbero meglio altrove?

Quanto manca ancora prima che i dissidenti siano pubblicamente invitati al confino volontario?

Credo che quanto diceva l’attendente Farina in Mediterraneo di Salvatores valga per molti dei miei fratelli d’Italia emigrati: “loro si sono dimenticati di noi. Ecco, io voglio dimenticarmi di loro”. Le nostre competenze fanno risaltare le loro mancanze rendendoci pericolosi per lo status quo che cercano da sempre di preservare. Noi siamo la loro rovina e per questo per loro è meglio che restiamo dove siamo.

Io sono un vile e sono scappato. Sono partito ed ho scelto di vivere in esilio volontario piuttosto che sopravvivere in paese che ogni giorno umilia me e i miei cari. Sono andato via e a quanto pare faccio bene a stare dove sono. Gente che, come me, ha dei sogni che vanno oltre un voucher è meglio non averla tra i piedi.

Patria, orgoglio nazionale e nazionalismo? L’ultima speranza dei senza speranza

Con rispetto parlando è interessante analizzare come l’orgoglio nazionale sia l’ultima speranza dei senza speranza. Troppo spesso sono il povero e il reietto a trovarsi a morire sul campo di battaglia per difendere quei valori che li rendono vittime della condizione di miseria in cui, volenti o nolenti, sono destinati a vivere. In mancanza di ragioni migliori, il nazionalismo è l’ultimo appiglio di chi ha la necessità di appellarsi ad esso per affermare la propria superiorità rispetto all’altro. E’ la ferma convinzione che questo diritto divino trasmessogli per nascita (e non per merito) lo esima dal dover dimostrare con i fatti le sue spesso superbe affermazioni. E’ pertanto nella sua stessa natura una virtù codarda.

Se prendiamo per assioma la dottrina dell’unità degli opposti di Eraclito (che pur verità assoluta non è) capiamo che affinché possa esistere un elemento è necessaria anche l’esistenza del suo contrario. Qual’è il contrario di orgoglio nazionale? Vergogna nazionale? Sebbene questa possa esistere sotto varie forme e su vari livelli, quali ad esempio la vergogna per una partita persa tragicomicamente, la corruzione morale o il genocidio che sia, ben pochi (se non nessuno) provano un sentimento di “vergogna nazionale” nei confronti delle radici che gli sono state trasmesse dai propri genitori. Da qui la sua discutibilissima inesistenza.

Come si può andare fieri di qualcosa che non si è ne voluto ne conquistato? Come direbbe George Carlin “essere irlandese non è una capacità, è un cazzo di incidente genetico. Non direi mai di essere fiero di essere alto 1,80m o di avere una predisposizione genetica per il cancro al colon.” Possiamo dire di essere, ad esempio, fieri di essere italiani? Dubito. Possiamo però sicuramente sentirci commossi e motivati dal fatto che geni come LeonardoMichelangelo e Raffaello (per i non addetti ai lavori non intendo le tartarughe ninja) condividessero, almeno in parte, la nostra lingua e le nostre radici; possiamo tuttavia considerarci superiori a coloro che nelle loro fila vantano Voltaire, Dostoevskji, Kant, Avicenna ecc? Dubito. Sarebbe mai esistito un così grande impero romano senza la cultura greca? O una costituzione italiana senza l’illuminismo francese? O i computer senza l’algebra araba? Non abbiamo modo di saperlo ma ne dubito. In fondo non siamo altro che pezzi di uno stesso puzzle.

Sommerso da questi pensieri e dubbi mi verso l’ultimo bicchiere di Sauvignon così caldo che farebbe schifo ai macachi. Che serata da leoni.

Di Stefano Manganini