Le responsabilità Tory nel rogo di Londra

Ancora non è stato ultimato il conto delle vittime del terribile rogo di Londra in cui molte persone hanno perso la vita e molte, tra cui due connazionali, sono ancora dispersi. Al momento, stando ai resoconti della BBC, i vigili del fuoco stanno utilizzando cani e droni per cercare superstiti nei piani piu alti dell’edificio, che sono ancora troppo instabili per potervi accedere con uomini e mezzi.

Sebbene non sia ancora del tutto chiara la dinamica dell’accaduto, pare che si tratti di una tragedia che poteva essere evitata e per cui qualcuno dovrà pagare. Almeno è questo il grido di disperazione dei residenti sopravvissuti al rogo e di tutta la popolazione tanto della zona circostante l’edificio quanto di tutta la capitale. “Certo, i soldi non riporteranno indietro un fratello morto, ma quanto può essere fatto con il denaro, deve assolutamente essere fatto” ha dichiarato Jolyon Maugham, l’avvocato britannico che si è offerto di iniziare a titolo gratuito una causa contro il governo per ottenere un risarcimento dignitoso per coloro che hanno perso tutto.

La prima ministra Theresa May, si è presentata ieri sul luogo dell’accaduto ed è stata ampiamente criticata per non avere acconsentito ad incontrare i sopravvissuti, cosa che invece ha fatto il leader laburista Jeremy Corbyn il cui consenso nei sondaggi è in costante crescita. La volontà è stata probabilmente quella di evitare ogni dimostrazione di dissenso pubblico che vede nelle politiche del suo partito la responsabilità dell’accaduto. Infatti i conservatori, notoriamente in passato proprietari terrieri e ora investitori immobiliari, da sempre promuovono la liberalizzazione più totale del mercato degli affitti e delle costruzioni, cercando di ridurre il più possibile i vincoli per assicurare l’abitabilità e la sicurezza delle proprietà al fine di ridurre i costi per i costruttori.

L’edificio era stato sottoposto ad un rimodernamento costato 8,7 milioni di sterline per mettere in sicurezza gli appartamenti, ma pare che in proporzione si sia speso di più per ricoprire l’esterno dell’edificio con materiali di rivestimento dalle dubbie qualità ignifughe, al solo fine di rendere più gradevole l’aspetto esterno di un palazzo vecchio e abitato dalla fasce più deboli della popolazione. Si trattava infatti di un edificio in buona parte dedicato al “social housing”, concetto simile alle nostre case popolari, la cui estetica degradata andava ad influire negativamente sull’appetibilità dell’area e sul valore delle ricche e sontuose proprietà circostanti.

Brandon Lewis, ex-ministro conservatore responsabile delle misure di prevenzione degli incendi ora ministro dell’immigrazione, aveva rifiutato di inserire nel decreto di legislazione per la messa in sicurezza degli edifici la necessità di installare irrigatori antincendio in quanto questo avrebbe fatto lievitare i costi per i costruttori, notoriamente in ottimi rapporti con i governi Tory. Secondo gli esperti questa misura di sicurezza non avrebbe impedito all’edificio di bruciare, visto che il fuoco si è diffuso tramite il rivestimento esterno dell’edificio, ma avrebbe garantito la praticabilità dell’unica scala dell’edificio (altra anomalia costruttiva per un edificio di 24 piani) e avrebbe contribuito a salvare molte vite. Inoltre, Jacob Rees-Moog, parlamentare conservatore fervente pro-Brexit e investitore immobiliare, da tempo spinge per cancellare le normative che richiedano l’installazione di allarmi antincendio nelle abitazioni e di eliminare ogni vincolo legale per garantire l’abitabilità degli edifici.

In vista di questo disastro molti elettori tradizionalmente conservatori stanno esprimendo il loro dissenso e disapprovazione per l’attuale governo e minacciano di spostare il loro voto altrove se non verrano prese misure giuste nei confronti dei responsabili. Perfino la Gran Bretagna, paese che ha dato i natali ad Adam Smith, si sta indignando di fronte a tanta avidità.

M5s, la dittatura della democrazia e il principio di incompetenza

È innegabile che negli ultimi anni molti della mia generazione (e non) abbiano subito il fascino rivoluzionario del Movimento 5 stelle e, almeno a tratti, pensato di votarli. In fondo il loro programma è in larghissima parte la risposta ponderata e civilizzata a quanto noi nati durante la rivoluzione tecnologica vediamo di sbagliato nello status quo. Il libero accesso all’informazione non mediata da TV sotto controllo statale e/o imprenditoriale ci ha aperto gli occhi su decenni di mala politica e, di conseguenza, ha provocato un rigetto di tutto quanto è figlio di quel passato ideologico così anacronistico.

Tuttavia, quando mi chiedo se sarei mai in grado di sostenerli, mi rendo conto che sono antitetico a loro per uno dei concetti fondamentali: la concezione del ruolo del politico nella società. Il motto “uno vale uno” sembra essere una pericolosissima meraviglia propagandistica che mette il Movimento nella scomoda posizione di dovere accettare che la classe politica sia espressione della pancia del paese e non della sua elite. Sarà snobbismo culturale il politico non dovrebbe essere primus inter pares ma, a vari livelli, deve rappresentare l’eccellenza tanto per formazione quanto per meriti. Non sbaglia Vittorio Sgarbi quando citando Benedetto Croce dice che “il politico onesto è il politico capace” anche se nella sua interpretazione pare troppo spesso che le due cose debbano per loro natura essere in contrasto.

Il rischio è quello di cadere ancora più rapidamente nella trappola del principio di incompetenza elaborato dallo psicologo canadese Laurence Peter, secondo cui “in una gerarchia ogni dipendente tende a salire di grado fino al proprio livello di incompetenza”. In altre parole, un individuo che sia un eccellente impiegato delle poste grazie al duro lavoro potrebbe essere promosso, diventare un buon capoufficio e, con ancor più duro lavoro un mediocre dirigente provinciale. Purtroppo però, lì si fermerebbe la sua carriera per sovvenuta mancanza di qualità per avanzare ulteriormente con la coscienza di poter essere migliore come capo ufficio che come dirigente provinciale. Triste, ma così gira il mondo. Se applichiamo lo stesso principio alla politica vediamo che la gerarchia politica all’interno di un partito e il periodo di “gavetta” istituzionale fanno (o dovrebbero fare) da filtro per tutelare la qualità dei rappresentanti dello stato. Nel momento in cui un qualsiasi cittadino iscritto al Movimento può partecipare a elezioni online e, se vincente, candidarsi per un ruolo istituzionale allora c’è il rischio di un drastico abbassamento della qualità della classe dirigente 5 stelle. Questo processo di selezione infatti non prevede filtro tra chi vuole fare fare e chi sa fare, dando la possibilità di salire al potere a individui che potrebbero già avere raggiunto il loro “livello di incompetenza”.

La figura paternalistico-dittatoriale di Grillo è l’unica garanzia di qualità che il Movimento può effettivamente mettere in campo per evitare che la natura influenzabile degli iscritti, e del popolo in generale, sfoci nella selezione a plebiscito di candidati inadeguati che, seppur amati ed onestissimi, non hanno le competenze necessarie per progredire dalla loro posizione ad un ruolo politico. Il problema vero sta nel fatto che il comico genovese è l’unico ad avere abbastanza peso politico e carattere per poter scremare l’aspirante classe politica pentastellata, ma, visto che gli anni passano per tutti, è un ruolo che in futuro dovrà a sua volta essere adottato da una sorta di moderno Politburo. Come fu per Forza Italia, la dittatura interna sembra essere l’unico mezzo per mantenere una compostezza strutturale e garantire onestà e qualità nell’espressione dell’attività politica. Sebbene questo dispotismo faccia a pugni con i moderni valori democratici, si è dimostrato efficace per divenire la prima forza politica italiana. Insomma pare che in risposta alle dita puntate i 5 stelle intendano dire parafrasando il Subcomandante Marcos “ci scusiamo per gli inconvenienti, ma questa è una rivoluzione”.

La Madre Superiora nella Casa di Playboy, così crollano i resti dell’Impero Britannico

“La madre superiora nella casa di Playboy”. Così l’Economist definisce l’incontro che si dovrebbe tenere oggi 27 gennaio alla casa bianca tra il nuovo presidente americano Donald Trump e la prima ministra britannica Theresa May. Difficile prevedere il risultato visto che i due leader non potrebbero essere caratterialmente l’uno più diverso dall’altro. Da una parte l’esuberante miliardario americano e dall’altra la sobria e meticolosa prima ministra britannica che, sebbene non abbia mai mostrato una particolare simpatia per il primo, ne ha ora bisogno per portare avanti l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Trump, infatti, sembra l’unico personaggio influente sullo scenario mondiale ad esserle rimasto amico nell’arduo cammino sulla via della Brexit.
Tuttavia, la May in una intervista tv del 22 gennaio si è trovata in imbarazzo quando le sono state poste questioni riguardanti le posizioni del neopresidente americano in materia di NATO, protezionismo e sui suoi comportamenti nei confronti del gentil sesso. Se le uscite di Trump non suscitano nemmeno più ilarità vista la carica che ricopre, ogni affermazione della seconda sembra avere il potere di affossare ulteriormente la sterlina.

Il miliardario americano da mesi assicura che la stesura di un accordo commerciale tra Stati uniti e Gran Bretagna sarebbe cosa di pochi mesi ma, ovviamente, si astiene dal fornire maggiori dettagli in base al come e al quando. Nonostante i sorrisi di Trump e il recente discorso della May è al momento difficile capire come la Gran Bretagna si aspetti di stipulare accordi favorevoli tanto con gli Stati Uniti quanto con l’Unione Europea. I due paesi sono infatti rispettivamente mercati da 300 e 500 milioni di persone ed è quindi difficile credere che un Regno Unito isolato e dipendente da un Commonwealth allo sfascio, sia in grado di imporsi oltreoceano e oltremanica. E’ naturale infatti che le economie più grandi abbiano maggiore potere nel definire i termini di un accordo commerciale.

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Da notare, inoltre, che il peso specifico della Gran Bretagna tra i paesi del Commonwealth è stato profondamente ridimensionato, sia a livello politico che economico, dall’ascesa di paesi come l’India, Sud Africa e Canada, anch’essi membri dell’organizzazione. Quella che era la nazione colonizzatrice per eccellenza si troverebbe ora ad essere percepita, nel migliore dei casi, alla pari degli altri membri rendendo impossibile ogni atto di forza politica.

Sembra che i sudditi di sua maestà stiano creando il vuoto intorno a loro stessi nel tentativo disperato di ristabilire quell’antico prestigio che non sembrano voler accettare di avere perso. Questa strategia è però un gioco estremamente pericoloso vista la totale dipendenza da Trump e dai suoi Stati Uniti d’America isolazionisti che, in ogni momento, potrebbero scaricare lo storico alleato britannico qualora quest’ultimo non si decidesse ad accettare le condizioni imposte dalla Casa Bianca. Insomma, quella Brexit che sarebbe dovuta servire a riprendere il controllo sul proprio paese sembra avere avuto l’effetto di lasciare ai politici britannici solo l’opzione di prostrarsi all’alleato americano.

Suonano fuori luogo le parole di Theresa May quando minaccia di volere dare un taglio alle relazioni tra Gran Bretagna e l’Intelligence americana dopo che questa, è notizia di oggi, sembra avere ricevuto dal presidente americano il nulla osta per la riapertura i Black Sites – strutture di detenzione (e tortura) per i sospettati di terrorismo. Una manovra di questo tipo corrisponderebbe all’isolamento quasi totale del paese.

C’è molta confusione nel Regno Unito e forse è arrivato il momento che i britannici si rendano conto che, usando le parole di Doris Lessing, un tempo “l’idea che l’Impero Britannico potesse finire era assolutamente inconcepibile. Eppure è scomparso, come tutti gli altri imperi”. Ora il nostro impero è l’Europa stessa che, pur con tutti i suoi difetti, faremmo meglio a tenerci stretta.

Theresa May e il Grande Bluff

Non credetemi. Sicuramente sbaglio. Oltremanica, si sa, i magheggi di palazzo non sono all’ordine del giorno ma sono anzi spesso visti con disprezzo tanto dall’opinione pubblica quanto dalla corona. La grande tradizione democratica del paese implicitamente impedisce di avere qualsiasi sospetto, ma sono sicuro di non essere l’unico ad avere pensato al seguente scenario: e se il recente discorso di Theresa May fosse una grande farsa per far fallire la Brexit e permettere al partito conservatore di assicurarsi la supremazia più totale alle prossime elezioni?

Già più di tre mesi fa, stando alle informazioni trapelate e pubblicate dal Guardian, la prima ministra aveva espresso a ufficiali della Goldman Sachs le sue preoccupazioni riguardo l’uscita del Regno Unito dal mercato unico. Sebbene intenzionata a mettere un freno all’immigrazione, sembrava essersi avviata verso una soft-Brexit al fine di cercare di mantenere in qualche modo quella stabilità economica che l’Unione Europea assicura. Voleva tentare di rimanere nel mercato unico e allo stesso tempo assicurarsi un controllo nazionale sui flussi migratori intercomunitari. Idea a cui i leader europei hanno subito risposto picche in quanto l’accesso al mercato unico è possibile solo ove si accettino tutti i quattro pilastri fondamentali dell’UE, tra cui la libera circolazione delle persone.

Tuttavia, questo rifiuto da parte dell’Europa non implicava la necessità di proporre direttamente un’uscita dura e netta dall’Unione, che è destabilizzante tanto per l’Europa quanto per il Regno Unito. Una scelta bizzarra se si considera la storica capacità di negoziazione britannica in materia di relazioni internazionali ed il loro peso politico ed economico. Essi avrebbero potuto farsi valere in altri modi e adottare un approccio più morbido sulla questione ma hanno deciso di non farlo. Perché? Pare inverosimile l’ipotesi del fallo di reazione nei confronti dei leader europei che hanno snobbato le proposte della signora May. C’è sicuramente del metodo nella follia.

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Immaginiamo per un momento che il governo abbia preso atto del fatto che l’elettorato britannico, dopo aver votato su una questione così importante, si sia reso conto di aver fondato la propria opinione su un’ infinità di bugie portate avanti dal fronte Leave. Immaginiamo che ci sia stato un grosso cambio di opinione di massa ed ora, come riporta l’Independent, i sostenitori del fronte Stay siano la maggioranza. Immaginiamo che la Scozia voglia indire un nuovo referendum per la sua indipendenza al fine di abbandonare il Regno Unito e rimanere in UE. Immaginiamo anche che i politici che hanno supportato la Brexit solo per assicurarsi visibilità e un posto in parlamento nelle prossime elezioni si siano resi conto dell’errore. Come uscirne ora? Semplice, hard-Brexit.

Ogni modesto giocatore di poker sa perfettamente che l’unico modo per uscire da un bluff è rilanciare sempre più in alto. Dopo aver chiarito che l’articolo 50 può essere innescato solo tramite approvazione del parlamento e non per prerogativa reale, la prima ministra ha deciso di volersi avviare verso una hard-Brexit, sgradita tanto al parlamento quanto alla maggioranza del pubblico. La May ha anche aumentato la posta in palio tramite la velata minaccia di potere trasformare il Regno Unito in una sorta di paradiso low-tax per potere competere con l’UE in una potenziale guerra commerciale. Questo ha ovviamente provocato la reazione furiosa del fragile partito laburista che guarda con sospetto ogni mossa dei conservatori mirata a spostare il paese verso la deregolamentazione del mercato del lavoro e dell’economia. Il malcontento è però percepibile anche tra i conservatori stessi e i numeri ci sono perché un’inusuale alleanza tra questi e i laburisti di Corbyn NON approvi in parlamento l’uscita dall’UE. Qualora questo accadesse la May e i supporter del fronte Leave potrebbero gridare al complotto, accusare l’establishment (tanto per cambiare) e assicurarsi percentuali bulgare alle prossime elezioni, grazie anche al supporto del pubblico laburista anti-UE che si sentirebbe tradito dal proprio partito. Insomma ne uscirebbero vincitori.

Probabilmente troppo machiavellico per il paese di Sua Maestà, ma negli ultimi anni la politica ci ha reso avvezzi agli scenari più inverosimili. Non succede, ma se succede…

E se Trump fosse l’uomo della provvidenza per Siria e Medio Oriente?

La fine della guerra potrebbe spostare gli equilibri a sfavore dell’Europa

Se due mesi fa qualcuno mi avesse detto che un giorno avrei guardato quasi di buon occhio la presidenza Trump sarei sicuramente scoppiato a ridere di gusto. Attenzione, ci tengo a precisare, ho detto quasi. Sicuramente si tratta di un viscido, misogino, razzista, ignorante, fraudolento milionario che, grazie al suo peso mediatico, è stato in grado di risvegliare con altisonanti promesse elettorali gli istinti più bassi di quella fascia meno educata del paese. E lui questo lo sa bene. Ma l’importante era andare al potere.

Lui sa perfettamente che buona parte del suo programma elettorale è irrealizzabile, sa di essersi attirato le antipatie di tutto il mondo moderato e, probabilmente, sa anche di non avere la piu pallida idea di come si governi una nazione. Ma a lui questo non interessa. Lui è solo un volto noto da sbattere in televisione a fare propaganda vista la sua esperienza sul piccolo schermo, la sua abilità nel uscire illeso dagli scandali e la faccia tosta di rispondere con un sorriso spavaldo alle accuse più gravi. Saranno altri a governare per lui ma ci sarà la sua firma sugli atti ufficiali. In fondo anche Barack Obama, che ha studiato legge, è finito ad occuparsi di politica estera senza capirne molto e spesso creando situazioni spiacevoli.

È di oggi la notizia che il presidente americano uscente avrebbe cacciato trentacinque diplomatici russi dagli Stati Uniti e stia preparando altre sanzioni, segrete e non, in risposta al presunto hackeraggio delle elezioni americane da parte di Mosca. Il Cremlino ha inizialmente controbattuto dando ordine di espellere trentacinque rappresentanti americani in concordanza con “principio di reciprocità” nelle relazioni internazionali, ma lo ha poi ritirato dichiarando di non volersi abbassare a questo livello di “diplomazia da cucina“. Mossa tanto inattesa quanto di sublime efficacia dal punto di vista dell’immagine del presidente russo Vladimir Putin, che ora si presenta agli occhi del mondo come unico leader in grado di gestire con responsabilità complesse situazioni internazionali.

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Noi comuni mortali non abbiamo accesso all’intelligence inerente l’hackeraggio quindi ci troviamo costretti a  prendere per buone le accuse di Obama. In fondo gli Stati Uniti sono da sempre i più grandi esperti nel corrompere i risultati di elezioni democratiche in altri paesi. Quindi ipse dixit.

Sebbene la prima domanda sia com’è possibile che nessuno se ne sia accorto accorto prima, la seconda è sicuramente che interesse avrebbe il Cremlino ad alterare il risultato di elezioni democratiche negli Stati Uniti? Viene certo difficile immaginare che Vladimir Putin voglia insediare a Washington un governo fantoccio presieduto dal miliardario Donald Trump. Sarebbe uno smacco incredibile visto che anche in questo gli americani sembrano avere un esperienza non indifferente. L’allievo avrebbe chiaramente superato il maestro.

Come spiego in un altro articolo è ormai evidente che gli interessi europei e statunitensi sono diametralmente opposti a quelli russi per quanto riguarda il conflitto siriano. Vista la necessità europea di diversificare le fonti energetiche, se la Russia, tramite il suo supporto militare ad Assad, riuscisse ad impedire la costruzione dell’oleodotto Qatar-Iraq-Siria si sarebbe assicurata il monopolio sulle forniture a Bruxelles. Gli Stati Uniti, che sembrano ormai aver perso il potere di dettare le regole in Medio Oriente, temono quest’opzione poiché a quel punto l’Europa non avrebbe più interesse a sottostare ai ricatti politici americani affidandosi totalmente a Mosca tanto per le forniture energetiche quanto, potenzialmente, per la protezione militare.

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Trump, che è uomo di business, non teme quest’opzione vista la sua strategia isolazionista. Sembra infatti aver capito che conviene tanto ai russi quanto agli amercani fermare la sanguinosa guerra in Siria e scendere a patti con Vladimir Putin, al fine di assicurarsi una fruttifera collaborazione con Mosca per quanto riguarda le forniture all’Europa.

Il neoeletto presidente sa che la strategia americana di dominio sul Medio Oriente è pericolosissima e destinata a fallire visti gli enormi interessi di Russia e Cina nell’area. Non è un caso infatti che egli abbia di recente cercato di prendere le distanze dalla NATO avendo preso atto dell’incapacità europea di imporre un hard-power (esercito) credibile e l’impossibilità di fare affidamento sul tradizionale soft-power (potere economico) vista la dipendenza energetica dall’oriente.

La strategia Clinton-Obama di proteggere gli insorti siriani per instaurare un governo amico sembra avere fallito tanto da un punto di vista pratico che formale. Aveva ragione Trump (insieme alla maggior parte dei leader mondiali) quando disse che l’idea della signora Clinton di creare una no-fly zone in un territorio sotto il controllo di Assad e pattugliato da aerei russi era follia pura. Il tentativo, chiaramente mirato a proteggere le truppe di terra dei ribelli che non hanno velivoli aerei, avrebbe de facto garantito la possibilita agli americani di abbattere aerei russi e siriani causando una pericolosissima escalation.

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Insomma probabilmente sarà Trump a porre fine ai massacri in Medio Oriente in virtù del suo spirito isolazionista. Tuttavia, per quanto ci riguarda, è tempo che l’Europa si svegli e faccia una mossa per prevenire la sua sopraffazione visto il potenziale indebolimento del contesto NATO. I leader del vecchio continente si trovano davanti alla scelta di stringere alleanze con Mosca (opzione non gradita ai paesi ex-sovietici) oppure finalmente trasformarsi una potenza di hard-power con la creazione di un esercito europeo credibile che possa fungere da deterrente per ogni tentativo di esercitare pressione ai suoi confini. Quest’ultima possibilità non implica il coinvolgimento in nessuna guerra, come molti temono, ma anzi la possibilità di creare proprie sfere di influenza al di fuori della NATO e al tempo stesso scoraggiare mire imperialistiche da oriente e da occidente. Questa possibilità non è più da escludere visto il cambio di rotta dettato da Trump e l’uscita della Gran Bretagna dall’EU, principali oppositori delle creazione di un esercito europeo.

Non è più saggio comportarsi da agnellini in un mondo di lupi. È un’occasione da non perdere.

Fondamentalismo e Integralismo sono cugini, non fratelli. Tra globalizzazione, barbe e pesci

Lasciate che vi faccia una domanda semplice e diretta. Quanti di voi conoscono la differenza tra Fondamentalismo e Integralismo? Negli ultimi anni i due termini sono stati utilizzati intercambiabilmente dando vita ad una tautologia estremamente sgradevole che mina la nostra capacità di comprensione del mondo islamico. Non c’è vergogna nel non conoscere la differenza tra i due, ma è assolutamente necessario porre rimedio. Da ormai troppo tempo politici incompetenti e giornalisti male informati si arrogano il diritto di spiegare l’Islam con un triste linguaggio approssimativo e una narrativa da osteria.

Ebbene, il fondamentalismo nasce come corrente dell’ideologia cristiana protestante tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX. La volontà è quella di spingere la massa ad interpretare la Bibbia come un documento storico basato su fatti realmente accaduti, in confutazione del Darwinismo.
Sebbene non correlato da un punto di vista motivazionale, poco tempo più tardi il termine verrà associato al mondo islamico e, per una piccola traslazione di significato, verrà inteso come la necessità di risalire ai fondamenti della religione islamica in risposta ai governi mediorientali asserviti all’occidente. Di per sé il fondamentalismo islamico non nasce come attacco diretto ai valori occidentali, ma come mera espressione della volontà di non riconoscerli come adatti alla società musulmana. Questa volontà di risalire alle origini si esprime, ad esempio, nella scelta di farsi crescere la barba, vestirsi secondo il modello islamico, affidarsi a banche che applicano condizioni previste dalla legge islamica e via dicendo. Con rispetto parlando, si può intendere come una sorta di campagna contro i tentativi di “globalizzazione” messi in atto dalle potenze occidentali.

L’integralismo è invece una questione diversa che, seppur discendendo dal fondamentalismo, ne è solo l’espressione più estrema. Esso prevede infatti che i fondamenti della religione islamica vengano applicati alla società nella sua integrità. In altre parole una società integralista ordina, ad esempio, che tutti gli uomini debbano portare la barba, che si vestano secondo il modello islamico, che le banche applichino le regole previste dalla legge islamica e tutto quanto è fondamento della religione musulmana.

I concetti sono differenti ma nel linguaggio corrente vengono equiparati dando adito a cattive interpretazioni, malintesi e la possibilità di fare propaganda gratuita. La confusione è comprensibile: un certo pensiero occidentale da sempre vuole mettere in mostra una presunta incapacità da parte del mondo islamico di accettare una sistema in cui aspetti religiosi e mondani non siano naturalmente correlati. Incapacità, ovviamente, ancora da provare e che fa comodo a molti.

Per semplificare, è come se io da cattolico in un paese di retaggio cattolico decidessi di mangiare pesce il venerdì per adeguarmi ai precetti generali della chiesa (fondamentalismo); oppure, di voler forzare i miei connazionali e gli altri paesi di retaggio cattolico a mangiare pesce il venerdì (integralismo).

Con buona pace di pescivendoli e barbieri.

Condivide et impera – Social Network, post verità e content creation. Siamo tutti Napalm 51

Ormai l’elefante nella stanza che fino a ora abbiamo cercato di ignorare è diventato così grosso che è ridicolo fare finta di non vederlo. Di tutto quanto è stato detto sulla Brexit, sulle elezioni in America e sul referendum in Italia solo pochi hanno colto il lato che più dovremmo temere: la tacita e implicita accettazione di quello che gli anglofoni chiamano post-truth (post-verità).

Con questo termine si intende non ciò che viene “dopo la verità” in senso cronologico, ma il superamento della verità e del suo valore fino al punto di determinarne la perdita di importanza. I fatti sono ridotti a essere una pericolosissima appendice putrescente che può minare la verosimiglianza del messaggio, provato o meno, che vogliamo trasmettere. Non importa che quanto è detto sia vero, l’importante è che se ne parli. E’ Andy Warhol. Tutto è il contrario di tutto. E’ Marcel Duchamp.

Il processo di content creation può essere definito come la creazione di contributi che serviranno per mantenere e supportare mezzi di comunicazione per lo più digitali (siti web, blog, social media, ecc.) o per nuove tecniche pubblicitarie quale il viral marketing. Ogni volta che un utente apre un articolo di blog inconsciamente genera guadagni per qualcuno grazie alla pubblicità in esso contenuta. E fin qui nulla di male. Tuttavia, scavando un po’ più in profondità, scopriremo che una delle regole di base della content creation spiega che gli utenti sono più inclini a condividere articoli e informazioni i cui titoli suscitano emozioni quali rabbia o paura per i propri cari. Tristemente, ne deduciamo che è sufficiente un articolo titolato I terremotati nelle tende e i clandestini negli hotel oppure La marijuana cura il cancro per convincere alcuni a condividere questi articoli senza avere neanche pensato a verificare la correttezza dell’informazione. Scagli la prima pietra chi non ha mai visto nulla di simile condiviso sui social media di amici.

E’ interessantissimo l’esperimento sociale (in realtà pesce d’aprile) condotto dall’organizzazione no-profit americana di radio libere Npr: dopo avere postato sulla loro pagina Facebook un articolo titolato Perché l’America non legge più?, hanno ricevuto una miriade di commenti, ma ben pochi si sono resi conto che il testo dell’articolo non aveva nulla a che fare con quanto indicato dal titolo. Come in molti altri casi gli utenti non hanno letto l’articolo ma si sono fermati alla copertina riuscendo a estrapolare un’informazione frammentaria, senza fondamento e, soprattutto, senza che questa sia stata provata. Anzi, si sono spinti oltre, si sono permessi di commentare senza avere letto.

Se estendiamo questo principio notiamo che l’informazione superficiale può generare mostruosità che troppo spesso sono la causa scatenante della rabbia, xenofobia e odio dei più disinformati. La fame di like, l’anonimato e il sopracitato ritorno economico rendono vana ogni possibilità di imporre una qualsiasi etica sul processo di content creation. Se ogni creator male informato (o in malafede) ha la possibilità di divenire fonte d’informazione, la cui circolazione sarà commisurata ai guadagni, allora siamo destinati all’incapacità di discernere tra quanto è vero e quanto è falso come nelle peggiori dittature di stampo orwelliano.

E come se tutto questo non bastasse, un’altra regola della content creation (o viral marketing in questo caso) vuole che quante più persone condividono un contenuto, quanto più un utente è portato a fare lo stesso. Insomma, quel maledetto tasto “condividi”, per dirla con Umberto Eco, da “voce a legioni di imbecilli” e noi continuiamo a fingere che si tratti solo di un fenomeno innocuo.

Fino a quando continueremo a credere che si tratti di un problema che affligge solo personaggi alla Napalm 51 di Crozza sarà il nostro intelletto a uscire sconfitto dal mondo dei social media e dall’informazione lasciata nelle mani dei content creator. Il sonno della ragione sta generando mostri e noi ce ne renderemo conto solo quando sarà troppo tardi. Kondividi anke tu se sei indignato.

Di Stefano Manganini