M5s, la dittatura della democrazia e il principio di incompetenza

È innegabile che negli ultimi anni molti della mia generazione (e non) abbiano subito il fascino rivoluzionario del Movimento 5 stelle e, almeno a tratti, pensato di votarli. In fondo il loro programma è in larghissima parte la risposta ponderata e civilizzata a quanto noi nati durante la rivoluzione tecnologica vediamo di sbagliato nello status quo. Il libero accesso all’informazione non mediata da TV sotto controllo statale e/o imprenditoriale ci ha aperto gli occhi su decenni di mala politica e, di conseguenza, ha provocato un rigetto di tutto quanto è figlio di quel passato ideologico così anacronistico.

Tuttavia, quando mi chiedo se sarei mai in grado di sostenerli, mi rendo conto che sono antitetico a loro per uno dei concetti fondamentali: la concezione del ruolo del politico nella società. Il motto “uno vale uno” sembra essere una pericolosissima meraviglia propagandistica che mette il Movimento nella scomoda posizione di dovere accettare che la classe politica sia espressione della pancia del paese e non della sua elite. Sarà snobbismo culturale il politico non dovrebbe essere primus inter pares ma, a vari livelli, deve rappresentare l’eccellenza tanto per formazione quanto per meriti. Non sbaglia Vittorio Sgarbi quando citando Benedetto Croce dice che “il politico onesto è il politico capace” anche se nella sua interpretazione pare troppo spesso che le due cose debbano per loro natura essere in contrasto.

Il rischio è quello di cadere ancora più rapidamente nella trappola del principio di incompetenza elaborato dallo psicologo canadese Laurence Peter, secondo cui “in una gerarchia ogni dipendente tende a salire di grado fino al proprio livello di incompetenza”. In altre parole, un individuo che sia un eccellente impiegato delle poste grazie al duro lavoro potrebbe essere promosso, diventare un buon capoufficio e, con ancor più duro lavoro un mediocre dirigente provinciale. Purtroppo però, lì si fermerebbe la sua carriera per sovvenuta mancanza di qualità per avanzare ulteriormente con la coscienza di poter essere migliore come capo ufficio che come dirigente provinciale. Triste, ma così gira il mondo. Se applichiamo lo stesso principio alla politica vediamo che la gerarchia politica all’interno di un partito e il periodo di “gavetta” istituzionale fanno (o dovrebbero fare) da filtro per tutelare la qualità dei rappresentanti dello stato. Nel momento in cui un qualsiasi cittadino iscritto al Movimento può partecipare a elezioni online e, se vincente, candidarsi per un ruolo istituzionale allora c’è il rischio di un drastico abbassamento della qualità della classe dirigente 5 stelle. Questo processo di selezione infatti non prevede filtro tra chi vuole fare fare e chi sa fare, dando la possibilità di salire al potere a individui che potrebbero già avere raggiunto il loro “livello di incompetenza”.

La figura paternalistico-dittatoriale di Grillo è l’unica garanzia di qualità che il Movimento può effettivamente mettere in campo per evitare che la natura influenzabile degli iscritti, e del popolo in generale, sfoci nella selezione a plebiscito di candidati inadeguati che, seppur amati ed onestissimi, non hanno le competenze necessarie per progredire dalla loro posizione ad un ruolo politico. Il problema vero sta nel fatto che il comico genovese è l’unico ad avere abbastanza peso politico e carattere per poter scremare l’aspirante classe politica pentastellata, ma, visto che gli anni passano per tutti, è un ruolo che in futuro dovrà a sua volta essere adottato da una sorta di moderno Politburo. Come fu per Forza Italia, la dittatura interna sembra essere l’unico mezzo per mantenere una compostezza strutturale e garantire onestà e qualità nell’espressione dell’attività politica. Sebbene questo dispotismo faccia a pugni con i moderni valori democratici, si è dimostrato efficace per divenire la prima forza politica italiana. Insomma pare che in risposta alle dita puntate i 5 stelle intendano dire parafrasando il Subcomandante Marcos “ci scusiamo per gli inconvenienti, ma questa è una rivoluzione”.

E se Trump fosse l’uomo della provvidenza per Siria e Medio Oriente?

La fine della guerra potrebbe spostare gli equilibri a sfavore dell’Europa

Se due mesi fa qualcuno mi avesse detto che un giorno avrei guardato quasi di buon occhio la presidenza Trump sarei sicuramente scoppiato a ridere di gusto. Attenzione, ci tengo a precisare, ho detto quasi. Sicuramente si tratta di un viscido, misogino, razzista, ignorante, fraudolento milionario che, grazie al suo peso mediatico, è stato in grado di risvegliare con altisonanti promesse elettorali gli istinti più bassi di quella fascia meno educata del paese. E lui questo lo sa bene. Ma l’importante era andare al potere.

Lui sa perfettamente che buona parte del suo programma elettorale è irrealizzabile, sa di essersi attirato le antipatie di tutto il mondo moderato e, probabilmente, sa anche di non avere la piu pallida idea di come si governi una nazione. Ma a lui questo non interessa. Lui è solo un volto noto da sbattere in televisione a fare propaganda vista la sua esperienza sul piccolo schermo, la sua abilità nel uscire illeso dagli scandali e la faccia tosta di rispondere con un sorriso spavaldo alle accuse più gravi. Saranno altri a governare per lui ma ci sarà la sua firma sugli atti ufficiali. In fondo anche Barack Obama, che ha studiato legge, è finito ad occuparsi di politica estera senza capirne molto e spesso creando situazioni spiacevoli.

È di oggi la notizia che il presidente americano uscente avrebbe cacciato trentacinque diplomatici russi dagli Stati Uniti e stia preparando altre sanzioni, segrete e non, in risposta al presunto hackeraggio delle elezioni americane da parte di Mosca. Il Cremlino ha inizialmente controbattuto dando ordine di espellere trentacinque rappresentanti americani in concordanza con “principio di reciprocità” nelle relazioni internazionali, ma lo ha poi ritirato dichiarando di non volersi abbassare a questo livello di “diplomazia da cucina“. Mossa tanto inattesa quanto di sublime efficacia dal punto di vista dell’immagine del presidente russo Vladimir Putin, che ora si presenta agli occhi del mondo come unico leader in grado di gestire con responsabilità complesse situazioni internazionali.

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Noi comuni mortali non abbiamo accesso all’intelligence inerente l’hackeraggio quindi ci troviamo costretti a  prendere per buone le accuse di Obama. In fondo gli Stati Uniti sono da sempre i più grandi esperti nel corrompere i risultati di elezioni democratiche in altri paesi. Quindi ipse dixit.

Sebbene la prima domanda sia com’è possibile che nessuno se ne sia accorto accorto prima, la seconda è sicuramente che interesse avrebbe il Cremlino ad alterare il risultato di elezioni democratiche negli Stati Uniti? Viene certo difficile immaginare che Vladimir Putin voglia insediare a Washington un governo fantoccio presieduto dal miliardario Donald Trump. Sarebbe uno smacco incredibile visto che anche in questo gli americani sembrano avere un esperienza non indifferente. L’allievo avrebbe chiaramente superato il maestro.

Come spiego in un altro articolo è ormai evidente che gli interessi europei e statunitensi sono diametralmente opposti a quelli russi per quanto riguarda il conflitto siriano. Vista la necessità europea di diversificare le fonti energetiche, se la Russia, tramite il suo supporto militare ad Assad, riuscisse ad impedire la costruzione dell’oleodotto Qatar-Iraq-Siria si sarebbe assicurata il monopolio sulle forniture a Bruxelles. Gli Stati Uniti, che sembrano ormai aver perso il potere di dettare le regole in Medio Oriente, temono quest’opzione poiché a quel punto l’Europa non avrebbe più interesse a sottostare ai ricatti politici americani affidandosi totalmente a Mosca tanto per le forniture energetiche quanto, potenzialmente, per la protezione militare.

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Trump, che è uomo di business, non teme quest’opzione vista la sua strategia isolazionista. Sembra infatti aver capito che conviene tanto ai russi quanto agli amercani fermare la sanguinosa guerra in Siria e scendere a patti con Vladimir Putin, al fine di assicurarsi una fruttifera collaborazione con Mosca per quanto riguarda le forniture all’Europa.

Il neoeletto presidente sa che la strategia americana di dominio sul Medio Oriente è pericolosissima e destinata a fallire visti gli enormi interessi di Russia e Cina nell’area. Non è un caso infatti che egli abbia di recente cercato di prendere le distanze dalla NATO avendo preso atto dell’incapacità europea di imporre un hard-power (esercito) credibile e l’impossibilità di fare affidamento sul tradizionale soft-power (potere economico) vista la dipendenza energetica dall’oriente.

La strategia Clinton-Obama di proteggere gli insorti siriani per instaurare un governo amico sembra avere fallito tanto da un punto di vista pratico che formale. Aveva ragione Trump (insieme alla maggior parte dei leader mondiali) quando disse che l’idea della signora Clinton di creare una no-fly zone in un territorio sotto il controllo di Assad e pattugliato da aerei russi era follia pura. Il tentativo, chiaramente mirato a proteggere le truppe di terra dei ribelli che non hanno velivoli aerei, avrebbe de facto garantito la possibilita agli americani di abbattere aerei russi e siriani causando una pericolosissima escalation.

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Insomma probabilmente sarà Trump a porre fine ai massacri in Medio Oriente in virtù del suo spirito isolazionista. Tuttavia, per quanto ci riguarda, è tempo che l’Europa si svegli e faccia una mossa per prevenire la sua sopraffazione visto il potenziale indebolimento del contesto NATO. I leader del vecchio continente si trovano davanti alla scelta di stringere alleanze con Mosca (opzione non gradita ai paesi ex-sovietici) oppure finalmente trasformarsi una potenza di hard-power con la creazione di un esercito europeo credibile che possa fungere da deterrente per ogni tentativo di esercitare pressione ai suoi confini. Quest’ultima possibilità non implica il coinvolgimento in nessuna guerra, come molti temono, ma anzi la possibilità di creare proprie sfere di influenza al di fuori della NATO e al tempo stesso scoraggiare mire imperialistiche da oriente e da occidente. Questa possibilità non è più da escludere visto il cambio di rotta dettato da Trump e l’uscita della Gran Bretagna dall’EU, principali oppositori delle creazione di un esercito europeo.

Non è più saggio comportarsi da agnellini in un mondo di lupi. È un’occasione da non perdere.