La Madre Superiora nella Casa di Playboy, così crollano i resti dell’Impero Britannico

“La madre superiora nella casa di Playboy”. Così l’Economist definisce l’incontro che si dovrebbe tenere oggi 27 gennaio alla casa bianca tra il nuovo presidente americano Donald Trump e la prima ministra britannica Theresa May. Difficile prevedere il risultato visto che i due leader non potrebbero essere caratterialmente l’uno più diverso dall’altro. Da una parte l’esuberante miliardario americano e dall’altra la sobria e meticolosa prima ministra britannica che, sebbene non abbia mai mostrato una particolare simpatia per il primo, ne ha ora bisogno per portare avanti l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Trump, infatti, sembra l’unico personaggio influente sullo scenario mondiale ad esserle rimasto amico nell’arduo cammino sulla via della Brexit.
Tuttavia, la May in una intervista tv del 22 gennaio si è trovata in imbarazzo quando le sono state poste questioni riguardanti le posizioni del neopresidente americano in materia di NATO, protezionismo e sui suoi comportamenti nei confronti del gentil sesso. Se le uscite di Trump non suscitano nemmeno più ilarità vista la carica che ricopre, ogni affermazione della seconda sembra avere il potere di affossare ulteriormente la sterlina.

Il miliardario americano da mesi assicura che la stesura di un accordo commerciale tra Stati uniti e Gran Bretagna sarebbe cosa di pochi mesi ma, ovviamente, si astiene dal fornire maggiori dettagli in base al come e al quando. Nonostante i sorrisi di Trump e il recente discorso della May è al momento difficile capire come la Gran Bretagna si aspetti di stipulare accordi favorevoli tanto con gli Stati Uniti quanto con l’Unione Europea. I due paesi sono infatti rispettivamente mercati da 300 e 500 milioni di persone ed è quindi difficile credere che un Regno Unito isolato e dipendente da un Commonwealth allo sfascio, sia in grado di imporsi oltreoceano e oltremanica. E’ naturale infatti che le economie più grandi abbiano maggiore potere nel definire i termini di un accordo commerciale.

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Da notare, inoltre, che il peso specifico della Gran Bretagna tra i paesi del Commonwealth è stato profondamente ridimensionato, sia a livello politico che economico, dall’ascesa di paesi come l’India, Sud Africa e Canada, anch’essi membri dell’organizzazione. Quella che era la nazione colonizzatrice per eccellenza si troverebbe ora ad essere percepita, nel migliore dei casi, alla pari degli altri membri rendendo impossibile ogni atto di forza politica.

Sembra che i sudditi di sua maestà stiano creando il vuoto intorno a loro stessi nel tentativo disperato di ristabilire quell’antico prestigio che non sembrano voler accettare di avere perso. Questa strategia è però un gioco estremamente pericoloso vista la totale dipendenza da Trump e dai suoi Stati Uniti d’America isolazionisti che, in ogni momento, potrebbero scaricare lo storico alleato britannico qualora quest’ultimo non si decidesse ad accettare le condizioni imposte dalla Casa Bianca. Insomma, quella Brexit che sarebbe dovuta servire a riprendere il controllo sul proprio paese sembra avere avuto l’effetto di lasciare ai politici britannici solo l’opzione di prostrarsi all’alleato americano.

Suonano fuori luogo le parole di Theresa May quando minaccia di volere dare un taglio alle relazioni tra Gran Bretagna e l’Intelligence americana dopo che questa, è notizia di oggi, sembra avere ricevuto dal presidente americano il nulla osta per la riapertura i Black Sites – strutture di detenzione (e tortura) per i sospettati di terrorismo. Una manovra di questo tipo corrisponderebbe all’isolamento quasi totale del paese.

C’è molta confusione nel Regno Unito e forse è arrivato il momento che i britannici si rendano conto che, usando le parole di Doris Lessing, un tempo “l’idea che l’Impero Britannico potesse finire era assolutamente inconcepibile. Eppure è scomparso, come tutti gli altri imperi”. Ora il nostro impero è l’Europa stessa che, pur con tutti i suoi difetti, faremmo meglio a tenerci stretta.

Theresa May e il Grande Bluff

Non credetemi. Sicuramente sbaglio. Oltremanica, si sa, i magheggi di palazzo non sono all’ordine del giorno ma sono anzi spesso visti con disprezzo tanto dall’opinione pubblica quanto dalla corona. La grande tradizione democratica del paese implicitamente impedisce di avere qualsiasi sospetto, ma sono sicuro di non essere l’unico ad avere pensato al seguente scenario: e se il recente discorso di Theresa May fosse una grande farsa per far fallire la Brexit e permettere al partito conservatore di assicurarsi la supremazia più totale alle prossime elezioni?

Già più di tre mesi fa, stando alle informazioni trapelate e pubblicate dal Guardian, la prima ministra aveva espresso a ufficiali della Goldman Sachs le sue preoccupazioni riguardo l’uscita del Regno Unito dal mercato unico. Sebbene intenzionata a mettere un freno all’immigrazione, sembrava essersi avviata verso una soft-Brexit al fine di cercare di mantenere in qualche modo quella stabilità economica che l’Unione Europea assicura. Voleva tentare di rimanere nel mercato unico e allo stesso tempo assicurarsi un controllo nazionale sui flussi migratori intercomunitari. Idea a cui i leader europei hanno subito risposto picche in quanto l’accesso al mercato unico è possibile solo ove si accettino tutti i quattro pilastri fondamentali dell’UE, tra cui la libera circolazione delle persone.

Tuttavia, questo rifiuto da parte dell’Europa non implicava la necessità di proporre direttamente un’uscita dura e netta dall’Unione, che è destabilizzante tanto per l’Europa quanto per il Regno Unito. Una scelta bizzarra se si considera la storica capacità di negoziazione britannica in materia di relazioni internazionali ed il loro peso politico ed economico. Essi avrebbero potuto farsi valere in altri modi e adottare un approccio più morbido sulla questione ma hanno deciso di non farlo. Perché? Pare inverosimile l’ipotesi del fallo di reazione nei confronti dei leader europei che hanno snobbato le proposte della signora May. C’è sicuramente del metodo nella follia.

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Immaginiamo per un momento che il governo abbia preso atto del fatto che l’elettorato britannico, dopo aver votato su una questione così importante, si sia reso conto di aver fondato la propria opinione su un’ infinità di bugie portate avanti dal fronte Leave. Immaginiamo che ci sia stato un grosso cambio di opinione di massa ed ora, come riporta l’Independent, i sostenitori del fronte Stay siano la maggioranza. Immaginiamo che la Scozia voglia indire un nuovo referendum per la sua indipendenza al fine di abbandonare il Regno Unito e rimanere in UE. Immaginiamo anche che i politici che hanno supportato la Brexit solo per assicurarsi visibilità e un posto in parlamento nelle prossime elezioni si siano resi conto dell’errore. Come uscirne ora? Semplice, hard-Brexit.

Ogni modesto giocatore di poker sa perfettamente che l’unico modo per uscire da un bluff è rilanciare sempre più in alto. Dopo aver chiarito che l’articolo 50 può essere innescato solo tramite approvazione del parlamento e non per prerogativa reale, la prima ministra ha deciso di volersi avviare verso una hard-Brexit, sgradita tanto al parlamento quanto alla maggioranza del pubblico. La May ha anche aumentato la posta in palio tramite la velata minaccia di potere trasformare il Regno Unito in una sorta di paradiso low-tax per potere competere con l’UE in una potenziale guerra commerciale. Questo ha ovviamente provocato la reazione furiosa del fragile partito laburista che guarda con sospetto ogni mossa dei conservatori mirata a spostare il paese verso la deregolamentazione del mercato del lavoro e dell’economia. Il malcontento è però percepibile anche tra i conservatori stessi e i numeri ci sono perché un’inusuale alleanza tra questi e i laburisti di Corbyn NON approvi in parlamento l’uscita dall’UE. Qualora questo accadesse la May e i supporter del fronte Leave potrebbero gridare al complotto, accusare l’establishment (tanto per cambiare) e assicurarsi percentuali bulgare alle prossime elezioni, grazie anche al supporto del pubblico laburista anti-UE che si sentirebbe tradito dal proprio partito. Insomma ne uscirebbero vincitori.

Probabilmente troppo machiavellico per il paese di Sua Maestà, ma negli ultimi anni la politica ci ha reso avvezzi agli scenari più inverosimili. Non succede, ma se succede…

L’Europa è in trappola. Siria, una guerra Realpolitik che possiamo solo perdere.

Qualora ci fosse ancora qualcuno che crede alla volontà occidentale di liberare il popolo siriano dalla dittatura di Bashar Al-Assad, credo sia arrivato il momento definitivo di dire addio a televisioni e giornali. L’informazione ha fallito, la verità è stata uccisa e la società civile umiliata.

Non è certo possibile riassumere in un breve articolo tutti i giochi di potere e gli equilibri che pesano sullo scacchiere mediorientale, ma per capire quello che sto per spiegare è necessario introdurre due concetti fondamentali: realpolitik e proxy war.

In breve, Realpolitik indica un insieme di politiche basate su mere considerazioni pragmatiche e realiste, completamente svincolate da ideologie, etica e principi morali. Una Proxy War, invece, è un conflitto bellico istigato da grandi potenze mondiali senza un loro diretto coinvolgimento, al fine di tratte benefici di vario tipo. Questi due termini dovrebbero essere sufficienti per spiegare quanto sta accadendo in Siria.

Poco più di un anno fa M.A. Orenstein e G. Romer, professori dell’Università della Pennsylvania, scrissero un interessantissimo articolo spiegando come attualmente le vendite di gas da parte della Russia soddisfano circa un quarto del fabbisogno europeo. Si tratta ovviamente di una quantità molto ingente, che equivale a circa l’80% del gas prodotto dall’azienda pubblica con partecipazione del governo russo Gazprom. Viene da sé che il giro d’affari sia colossale. Questa dipendenza espone l’Europa ai potenziali ricatti del gigante euroasiatico (ricordate quando rischiammo di passare l’inverno al freddo per dispute tra Ucraina e Russia?) riducendo enormemente il nostro peso politico a livello internazionale.

Nel 2014 Obama aveva già raccomandato ai governi europei di fare di più per ridurre la dipendenza dal gas russo, di fatto anche aprendo alla possibilità futura di esportare in Europa gas americano ricavato tramite fracking. In questa direzione il Qatar, padrone di due terzi del petrolio dei giacimenti del golfo persico, aveva già nel 2009 proposto un piano per la creazione di un oleodotto che passasse attraverso Arabia Saudita e Giordania, entrambi alleati americani, Siria, storico alleato russo, e la spesso ambigua Turchia.

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Questa offerta fu declinata dal presidente siriano in virtù della fedeltà all’alleato russo; infatti, questo gli garantisce sicurezza e protezione grazie alla presenza di navi da guerra russe nel porto di Tartus, unico avamposto di Mosca nel mediterraneo. Vladimir Putin ha un chiaro interesse ad impedire la creazione di oleodotti che assicurino una fonte alternativa di gas per l’Europa visto il coinvolgimento della Gazprom: l’economia russa è fortemente dipendente dall’esportazione di gas naturale e l’aumento dell’offerta porterebbe ad un crollo dei prezzi. Tuttavia, egli non aveva esercitato pressioni sul presidente siriano quando questo nel 2011 si apprestava a siglare un accordo per la creazione di un oleodotto che passasse da Iran, Iraq e Siria. Sebbene la costruzione di quest’ultimo non sia ancora iniziata per via della guerra civile siriana, pare godesse del benestare di Putin in quanto la Russia è notoriamente in grado di esercitare pressione politica sull’Iran che, al contrario del Qatar, non ospita basi militari americane. Ed è per questo motivo che in futuro l’accordo sul nucleare con l’Iran potrebbe rivelarsi, in termini di politica geostrategica, il fiore all’occhiello dell’amministrazione Obama in quanto sbilancerebbe la sfera di influenza di Mosca.

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Vista l’importanza politica dell’approvvigionamento energetico, non è un caso che molte nazioni europee abbiano più o meno apertamente garantito il loro supporto ai ribelli siriani. Pare inoltre che queste formazioni, nonostante tra le loro fila compaiano organizzazioni jihadiste come il Fronte Al-Nusra, Ahrar al-Sham, Jaysh al-Islam e fino al 2014 e l’ISIS stesso (dal 3 gennaio 2014 in contrasto anche con le forze ribelli), tra il 2011 e il 2013 abbiano ricevuto tre miliardi di dollari di finanziamenti da parte del Qatar (e in minor parte dall’Arabia Saudita). La decisione di impegnarsi una proxy war è per la piccola nazione nel golfo persico di vitale importanza visto che, nonostante i suoi giacimenti siano tra i più grandi al mondo, al momento può esportare l’oro nero solo tramite l’utilizzo di petroliere. La costruzione di un oleodotto che pompi direttamente il petrolio qatariota fino all’Europa ridurrebbe drasticamente i costi e gli impedimenti logistici, trasformando il paese in una vera e propria potenza nella regione.

Per il futuro, resta da capire come la Turchia abbia deciso di posizionarsi in questo conflitto. Sebbene all’inizio sembrasse avere un grande interesse a spodestare Assad a causa del suo supporto al popolo curdo, è di oggi la notizia che Russia e Turchia sembrano avere finalmente raggiunto un accordo per un cessate il fuoco con i ribelli siriani. Nessuno si sarebbe aspettato un anno fa che i rapporti tra Putin e il presidente turco Erdogan avrebbero raggiunto questi livelli, visto l’astio reciproco nella prima fase del conflitto. Turchia e Russia, sebbene abbiano supportato fazioni opposte, si trovano essere sostenitori degli accordi di pace che si spera siano imminenti. Vista l’esperienza politica del presidente russo non è da escludere che egli abbia deciso di utilizzare la Turchia come un grimaldello che gli permetterebbe di spalancare le porte dell’Unione Europea. Infatti, Istanbul cerca da tempo di divenirne membro ed ora, essendo naturale crocevia dei due potenziali oleodotti provenienti dal golfo persico, potrebbe trovarsi a dettare le condizioni del suo ingresso in cambio di una stabilità nelle forniture petrolifere. Un’alleanza tra Russia e Turchia potrebbe assicurare alle due potenze un monopolio sulle forniture di gas all’Europa da nord e da sud-est e, grazie anche all’amicizia della Turchia con l’Azerbaijan (vedi conflitto Nagorno-Karabakh) esercitare un controllo sull’oleodotto Nabucco dal Mar Caspio.

Sebbene un conflitto armato nel cuore dell’Europa sembra impensabile è sicuramente preoccupante il fatto che leader come Angela Merkel invitino i propri cittadini a fare scorte di cibo e acqua in caso di attacco, come ai tempi della guerra fredda. Questo scenario si fa ancora più cupo se si pensa che governi di paesi che ripudiano la guerra come strumento di offesa (vedi Italia) spendano svariati miliardi per l’acquisto di aerei da attacco F35 che sarebbero inutili in tempo di pace. Sanno forse qualcosa che noi non sappiamo? Pare infatti che il Bel Paese abbia aumentato la sua spesa bellica del 21% negli ultimi 10 anni, giusto poco prima che si iniziasse a parlare di oleodotti in medioriente. Se si prende in considerazione la possibilità di trovarci costretti a dover usare per davvero questi armamenti, viene, per paradosso, quasi da sperare che si tratti invece della solita ruberia all’italiana.

Insomma, per concludere, ci troviamo di fronte ad un disgustoso capolavoro Realpolitik. Non importa quanti innocenti debbano morire purché un paese possa strappare gli approvvigionamenti energetici ad un competitore, o purché quest’ultimo possa mantenere il suo vantaggio strategico. Non sembra esserci via d’uscita da questa situazione e l’Europa, sempre divisa da interessi campanilistici, è nella trappola delle grandi potenze. Seppur senza voler essere catastrofista, non sembriamo avere via di fuga se non rivalutare l’importanza (e l’utilità) di quelle alleanze che dal ’45 ci perseguitano. In fondo, quando una cosa non funziona, la si cambia.

Non succede. Ma se succede, è meglio stare pronti.

Di Stefano Manganini

 

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